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La fine della guerra. La Protesta di Baraguá

Alla vigilia dei tragici avvenimenti del 1878, la Spagna concentrò a Cuba oltre 250.000 uomini armati e un bilancio militare annuale di oltre 36 milioni di pesos.
Ma il suo nuovo capo delle operazioni,
Arsenio Martínez Campos, era convinto dell’impossibilità di vincere i cubani sul campo di battaglia e cominciò una nuova politica, destinata ad attrarre quelli che incominciavano a desistere di fronte alle difficoltà nel territorio di Cuba Liberata. Intanto che stringeva l’assedio militare, dava l’indulto ai disertori, rispettava la vita dei prigionieri e offriva separatamente vantaggi ai capi locali.
Dal 1876 la situazione per i cubani era diventata sfavorevole, nonostante i trionfi di
Antonio Maceo e di Vicente García in Oriente. Nell’ottobre di quell’anno, Máximo Gómez dovette abbandonare il comando a Las Villas e alla fine del 1877 a Camagüey rimanevano solamente 140 insorti.
Il regionalismo aveva frustrato l’invasione verso occidente e il consolidamento delle vittorie a Camagüey, mancava un Generale in Capo capace di imporsi e di concertare azioni decisive e non solamente la difesa da parte dei capi locali delle loro zone.
Il settore più radicale dei proprietari terrieri che aveva iniziato la lotta era morto, i suoi continuatori avevano paura dell’ascesa di un gran numero di capi e di ufficiali delle classi popolari, come Maceo e lo stesso Gómez, grande stratega e libero da qualsiasi tendenza regionalista.
L’ultimo Presidente designato dalla Camera – dopo un breve mandato del Vicepresidente Francisco Javier de Céspedes, anche lui della
famiglia Céspedes – fu Vicente García, ma già in pochi obbedivano al Governo e rispettavano le decisioni della Camera dei Rappresentanti.
L’8 febbraio 1878 i capi militari della regione di Camagüey e deputati della Camera decisero di arrendersi, approfittando della sospensione delle ostilità decretata da Martínez Campos affinché gli insorti potessero conoscere il suo piano di pace. Lì, a San Augustín del Brazo, la Camera si sciolse senza consultare gli orientali, che ancora stavano ottenendo importanti vittorie.
Il cosiddetto Comitato del Centro, costituito in tale occasione, si mise in contatto con Martínez Campos che, il 10 febbraio, rese noto nel suo accampamento di El Zanjón, che accettava la comunicazione del Comitato e ordinava la sospensione generale delle ostilità. Con il
Patto del Zanjón avrebbe dovuto ufficialmente terminare la contesa il giorno 28.
Martínez Campos si affrettò ad annunciare la pacificazione dell’isola, però restavano ancora contro la Spagna le truppe orientali di Antonio Maceo e di Vicente García e quelle di Las Villas di Ramón Leocadio Bonachea.
Quando accadde tutto questo, Antonio Maceo – che da soldato semplice nell’ottobre 1868 era diventato Generale Maggiore nel 1877 – in gennaio e in febbraio era riuscito a impadronirsi di importanti rifornimenti di armi e di munizioni, dopo sanguinose battaglie nei pressi di Palma Soriano, nella Llanada de Juan Mulato, e ad annientare a San Ulpiano il famoso battaglione spagnolo di San Quintín.
Le sue truppe, costituite per la maggior parte da schiavi liberati, da neri e da mulatti liberi e da un gruppo di fedeli ufficiali bianchi, erano lontane da qualsiasi demoralizzazione ed erano d’accordo con il loro capo di rifiutare la resa senza l’indipendenza e senza l’abolizione della schiavitù.
Quindi le circostanze portarono Maceo a svolgere un ruolo di leader politico. Lasciando da parte qualsiasi screzio, convocò Vicente García e altri che erano ancora insorti e chiese un incontro con Martínez Campos.
Il 15 marzo 1878, nei Mangos de Baraguá, il capo spagnolo poco poté aggiungere alle intenzioni di pacificazione. Maceo fu tagliente e chiaro. Anche i suoi accompagnatori
Manuel Calvar e Felix Figueredo chiedevano alla Spagna l’indipendenza di Cuba e l’abolizione della schiavitù, obiettivi per i quali i cubani avevano lottato per dieci lunghi anni e vissuto ogni tipo di sofferenza e di calamità.
Le ostilità ripresero il giorno 23 dello stesso mese in condizioni disuguali, tutta la potenza della Spagna contro 1.500 mambises che avevano deciso di proseguire la lotta. Inizialmente gli spagnoli non risposero al fuoco, ma poi la lotta venne intrapresa e agli insorti non veniva neppure lasciato il tempo per mangiare.
Il nuovo Governo in armi decise di salvaguardare la vita a Maceo e di mandarlo all’estero, in maggio, a cercare rinforzi nell’emigrazione, ma di fronte all’impossibilità di organizzare una spedizione, poco a poco la lotta in Oriente finì, mentre a Las Villas il brigadiere Ramón Leocadio Bonachea si mantenne in lotta per diversi mesi.
Tuttavia la Protesta di Baraguá, che ha avuto anche la sua
Costituzione, preservò la dignità dei cubani, aspetto che permise di rivivere lo spirito di lotta per riallacciare la crociata indipendentista al momento opportuno.
Dalla metà del 1878 cominciò un’altra cospirazione che avrebbe dato luogo nei due anni seguenti alla cosiddetta
Guerra Chiquita, con il sollevamento di veterani del ’68 e con la partecipazione di José Martí come sottodelegato del Comitato Rivoluzionario di La Habana.
Nonostante l’insuccesso, il giovane patriota avrebbe dedicato la sua vita alla preparazione della contesa del 1895 su nuove basi, con il braccio armato di Maceo e di Gómez.