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La schiavitù africana a Cuba

Il sistema di sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni caratterizzò l’economia cubana a partire dalla fine del XVIII secolo, con un’intensificazione durante la prima metà del XIX secolo, fino alla sua definitiva sparizione alla fine dello stesso secolo – quando nel resto del mondo risultava ormai una struttura obsoleta.
Si fa risalire al XVI secolo la presenza sull’isola di circa 700 neri - arrivati dalla Spagna come schiavi - che vivevano in uno stato di dipendenza di tipo domestico-patriarcale al servizio delle famiglie di proprietari terrieri. Da alcune fonti si rileva che alcuni giunsero sull’isola al seguito di
Diego Velázquez e dei suoi uomini, al momento della conquista o durante la successiva colonizzazione dell’Isola.
La schiavitù assunse un carattere più spietato in conseguenza dell’espansione dell’industria zuccheriera, che richiedeva migliaia di braccia. I latifondisti fecero perciò ricorso alla tratta degli schiavi. Si calcola infatti che il totale degli schiavi africani introdotti a Cuba (fino all’ultimo carico, risalente all’anno 1873) sia stato di 925.868.
Nel primo periodo della colonizzazione, dal 1510 al 1762, giunsero sull’isola 64.000 schiavi, mentre il loro numero crebbe notevolmente, arrivando a più di mezzo milione (568.273 per l’esattezza, pari al 61.38 % del totale) dopo 51 anni di espansione dell’industria zuccheriera, dal 1790 al 1841. Il culmine venne raggiunto tra il 1828 e il 1841, quando giunsero sull’isola 237.500 schiavi, appartenenti a diversi gruppi etnici: lucumí, congo, carabalí, mandingo, ewe-tshi e hamito negroidi.
Nel 1817 l’Inghilterra ottenne dalla Spagna la ratifica di un accordo per l’abolizione della tratta degli schiavi, che avrebbe dovuto entrare in vigore a partire dal 1820. Tuttavia questa misura ebbe come unico risultato l’intensificarsi del contrabbando di schiavi - durante i 20 anni successivi giunsero infatti illegalmente sull’isola circa 300.000 africani.
All’epoca, quando le imbarcazioni inglesi sorprendevano una nave negriera, l’intero carico umano, legato con pesanti catene, veniva buttato a mare.
Il timore per l’abolizione della schiavitù determinò l’intensificarsi dello sfruttamento: aumentavano le ore di lavoro e anche le punizioni in caso di ribellione; la speranza di vita degli africani si riduceva sempre più, costretti com’erano con la forza in prigionia, fino alla morte.
A Cuba c’erano fin dall’inizio i neri chiamati ‘cimarrones’, coloro che erano riusciti a sfuggire ai loro padroni e che si nascondevano nelle zone di intricata vegetazione tra le montagne, dove vivevano in libertà dedicandosi alla coltivazione nei cosiddetti
palenque.
Negli anni 1533 e 1538 scoppiarono delle rivolte, così come nel dicembre del 1616 dove, nelle città di Sancti Spiritus e Trinidad, la ribellione fu appoggiata da
neri liberi e da cimarrones oltre che dagli indios yucatechi che erano stanziati in quella zona.
La rivolta degli schiavi che lavoravano nelle antiche miniere di Santiago del Prado, nella zona del Cobre, vicino a Santiago, è particolarmente rilevante, perché si protrasse per più di un secolo.
I disordini più gravi avvennero durante l’epoca di maggior espansione dello
sfruttamento schiavista delle piantagioni : aumentarono il numero di cimarrones e le rivolte negli zuccherifici e nelle piantagioni di caffè. Nella zona di Matanzas furono particolarmente violente, e furono represse dalla fanteria e dalla cavalleria spagnole inviate da La Habana.
A partire dal 1868, le forze indipendentiste accolsero nelle loro fila centinaia di neri e mulatti liberi e, nelle regioni orientali del paese, di schiavi. Dopo l’abolizione della schiavitù negli anni ‘80 del secolo, la guerra d’indipendenza organizzata nel 1895 da José Martí poté contare sul valore di un importante gruppo di generali e di ufficiali neri che combatterono accanto ai bianchi, e che avevano già partecipato a battaglie precedenti, così come su truppe composte da soldati di tutte le razze.