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La nuova "guerra necessaria" alla metà del secolo XX

Sul finire del 1955
Fidel Castro usciva di prigione a seguito delle pressanti richieste popolari che avevano obbligato il Governo di Fulgencio Batista a concedere un'ampia amnistia politica, nel maggio 1955, rendendo così più breve il cammino della Rivoluzione cubana, che trionferà il 1° gennaio 1959.
Sono stati guadagnati quasi dieci anni di potere rivoluzionario. Morti o in carcere la maggior parte dei moncadisti, la dittatura riuscì a conseguire, grazie al concorso di alcune forze tradizionalmente all'opposizione, la vittoria alle elezioni del 1° novembre 1954, un successo peraltro scontato; Batista fu rieletto Presidente del paese.
Esisteva però l’intenzione di eliminarli dallo scenario politico. I moncadisti vennero confinati all'Isola dei Pini, a sud della provincia de La Habana, nonostante l'espresso ordine del Tribunale di Santiago de Cuba di inviarli alla Fortezza della Cabaña, nella città di La Habana.
Tuttavia, "i ragazzi del Moncada" - come venivano familiarmente chiamati - non erano stati dimenticati, né abbandonati. Il 28 ottobre la radio aveva dato molto risalto a un coro di voci che gridava "Fidel Castro" durante lo svolgimento dell'ultimo comizio elettorale nella provincia di Oriente del candidato dell'opposizione
Ramón Grau San Martín, che addirittura venne ascoltato dallo stesso Castro nella sua cella, stando a quanto riporta una lettera scritta da lui alla sorella Lidia il giorno seguente.
Fidel passò la maggior parte del tempo in isolamento nel carcere "Modello" dell'Isola dei Pini, così come era avvenuto allorquando si trovava nel penitenziario "Boniato" di Santiago de Cuba.
Rifiutò sempre qualsiasi compromesso di abbandonare la lotta in cambio della liberazione. Questi erano i suoi argomenti: "Ho abbastanza dignità per passare qui venti anni o per morire prima di collera". "In cambio della nostra libertà non daremo nemmeno un atomo del nostro onore". Benché avesse una gran fretta di essere libero e di realizzare la Rivoluzione, la disperazione non si impadronì del suo animo. "Che scuola formidabile è questa prigione. Da qui posso completare e plasmare la mia visione del mondo e ricercare il senso della mia vita. Non so se sarà breve o lunga, se sarà fruttifera o sterile. Di sicuro sento riaffermarsi ancora di più la mia determinazione al sacrificio e alla lotta", avrebbe commentato in una lettera del 19 dicembre 1953.
Il tempo risultò favorevole a Fidel e ai suoi compagni. Senza che se lo fosse proposto, Batista creava loro le condizioni per una "università di studi teorici rivoluzionari", dopo l'esperienza pratica dell'inizio della lotta armata e dopo la prima sconfitta.
A questo fine crearono l'Accademia di studi ideologici "
Abel Santamaría" (si impartivano 11 discipline) e la Biblioteca "Raúl Gómez García", con più di 600 libri inviati da familiari, amici, politici e professori universitari. Insieme alle materie di base come filosofia, storia universale, economia politica, matematica, geografia e lingue, venivano abbracciate tematiche sociali, la grammatica e la letteratura universale, in primo luogo le opere classiche della letteratura castigliana.
Questi giovani affinarono il loro spirito, superarono le debolezze, dettero forma alla loro volontà e incrementarono la loro cultura generale e la loro formazione politica a partire dalla realtà cubana, inserita però in un ottica universale.
Erano anche previste delle norme di condotta, contemplate in 10 articoli il cui compimento era obbligatorio; il primo stabiliva la realizzazione di riunioni generali ordinarie nei primi giorni di ogni mese, alle sette di sera; nel caso in cui questi giorni venivano a cadere di sabato, di domenica o in un giorno festivo, si rimandava tutto al lunedì seguente.
Sotto gli sguardi dei carcerieri i nuovi combattenti si preparavano al loro compito, coloro che sarebbero stati i futuri capi militari, dirigenti e ministri della nazione cubana. Nonostante la censura alla quale erano sottoposti tutti coloro che uscivano dalle prigioni, Fidel Castro riuscì a ricostruire il suo pronunciamento di autodifesa conosciuto in seguito come "
La storia mi assolverà", tratto dall'ultima frase "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà", la cui edizione clandestina servì a raccogliere e a catalizzare la simpatia popolare nei confronti dei moncadisti e a guadagnare adepti alla causa della Rivoluzione.
Dal carcere vennero diretti anche i contatti necessari per ristabilire la coesione rivoluzionaria del gruppo che, all'uscita dal carcere di Fidel e dei suoi compagni il 15 maggio 1955, sorgeva come
Movimento 26 Luglio. La libertà però fu soltanto apparente; la persecuzione delle autorità presto li avrebbe convinti che la lotta armata contro Batista sarebbe stata possibile organizzarla solamente dall’esilio.
Il 7 luglio 1955 si recò in Messico, dove già dal 24 giugno lo aspettavano
Raúl Castro e gli altri rivoluzionari. Il carcere rafforzò la decisione di proseguire la lotta e al nucleo iniziale presto si aggiunsero centinaia di cubani. La campagna a favore dell’amnistia aveva dimostrato quelle che erano le simpatie e le tendenze di importanti settori della popolazione nei confronti dei giovani rivoluzionari.