L’internazionalismo
La storia dell’internazionalismo a Cuba ha molto più di un secolo. Risale
alle guerre d’indipendenza nazionali in America, quando molti figli di altri
popoli sono giunti qui per donare il loro sangue e la loro vita per la libertà
di quest’isola. Uno dei principali esponenti è stato il dominicano Máximo Gómez,
che è arrivato a essere Generale in Capo dell’Esercito di Liberazione cubano.
A titolo individuale, anche molti figli del popolo cubano hanno lottato per la
libertà in altri paesi del mondo, come per esempio i numerosi cubani che hanno
integrato le Brigate Internazionali che hanno combattuto nella Guerra Civile
spagnola.
Più di recente, dopo il trionfo rivoluzionario del 1° gennaio 1959, questo gesto
è stato presente in nuovi combattenti, tra i quali spicca Ernesto Che Guevara,
nato in Argentina, le cui imprese in Congo e in Bolivia, dove è morto insieme a
molti validi figli di Cuba e di altri paesi, gli sono valse il titolo di
Guerrigliero Eroico.
All’inizio del 1966 è stata tenuta a La Habana la Conferenza Tricontinentale,
alla quale hanno partecipato 512 delegati di 82 paesi e più di 100 osservatori.
Questa è stata una riunione di solidarietà militante di tutte le forze
democratiche e antimperialiste, che ha deciso di creare una solidarietà comune
nella lotta opponendo alla violenza imperialista la violenza rivoluzionaria.
Dalla Tricontinentale è sorta l’Organizzazione di Solidarietà dei Popoli di
Africa, Asia e America Latina (OSPAAAL), la cui sede si trova nella capitale
cubana.
Cuba ha fornito aiuti militari all’Algeria e al Congo, però in seguito, a metà
degli anni ’70, per la prima volta nella storia dei popoli americani, costituiti
anche con il sangue di milioni di schiavi crudelmente trascinati dall’Africa,
l’isola antillana ha inviato ufficialmente i suoi figli a lottare a fianco di
coloro che difendevano la dignità e la libertà del cosiddetto continente nero.
Truppe cubane, che comprendevano un elevato numero di lavoratori riservisti,
assieme ai soldati africani, hanno compiuto in forma rapida e decisa la missione
di affrontare e di vincere gli agrressori, che minacciavano l’integrità e
l’indipendenza di quei popoli fratelli.
La reazione internazionale ha cercato di calunniare questi atti solidali,
tuttavia gli africani e le forze rivoluzionarie e progressiste di tutto il
mondo, hanno colto in tutta la loro dimensione questo gesto nobile e
disinteressato di Cuba.
L’aver tenuto centinaia di migliaia di uomini impegnati nelle guerre di Angola o
d’Etiopia, collaborando alla difesa o all’addestramento delle forze armate di
altri paesi, ha significato un enorme sforzo per la piccola isola caraibica,
privata così di un grande numero dei suoi quadri di comando e di specialisti
militari.
Ma queste gesta hanno rinvigorito i combattenti cubani nell’aspetto militare,
rendendo valida l’affermazione del Presidente Fidel Castro, nel suo rapporto al
Secondo Congresso del Partito Comunista di Cuba: "un popolo i cui figli sono
capaci di lottare, e perfino di dare la loro vita in qualsiasi angolo del mondo,
e che non vacilleranno nel difendere mille volte la Patria che li ha visti
nascere, non potrà mai essere sconfitto".
I cubani in Angola
Uno dei capitoli più brillanti scritti dagli internazionalisti cubani è
quello della loro partecipazione alla difesa dell’indipendenza dell’Angola, che
ha contribuito in modo decisivo all’indipendenza della Namibia e alla
eliminazione dell’apartheid in Sudafrica.
Il 7 novembre 1975 è partito da Cuba il primo contingente militare che, su
richiesta del legittimo Governo dell’Angola, si è recato in quel paese africano
per aiutare il suo popolo a difendersi dalla invasione sudafricana, cominciata
poco più di quattro settimane prima.
Secondo quanto ha dichiarato Cuba su questa azione al Segretario Generale delle
Nazioni Unite, in una nota del 23 gennaio 1976: "Non facciamo altro che mettere
in pratica i principi che giustificano la nostra presenza permanente alle
Nazioni Unite. Appoggiamo un Governo legittimo, con il proposito di difendere
l’indipendenza del suo paese".
L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco il 26
giugno 1945, recita: "Nessuna disposizione di questa Carta diminuirà il diritto
immanente di legittima difesa, individuale o collettivo, in caso di attacco
armato contro un membro delle Nazioni Unite…".
Il 22 aprile 1976, appena un mese dopo l’espulsione delle truppe sudafricane, i
Governi di Cuba e dell’Angola hanno concertato un programma di riduzione
graduale delle truppe internazionaliste e, in meno di un anno, il contingente
cubano è stato ridotto a poco più di un terzo, ma questo processo è stato
fermato di fronte a nuove minacce d’invasione.
Nel maggio del 1978 una dichiarazione cubano-angolana spiegava che: "La
grandezza e la profondità dell’aggressione sudafricana contro Kassinga e la
presenza minacciosa di forze di paracadutisti di Stati dell’Organizzazione del
Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), vicino alla frontiera nord-orientale
dell’Angola, rendono ancora più imprescindibile la permanenza della forza
militare cubana, con i mezzi necessari, per garantire la sua sicurezza e la sua
integrità territoriale".
A metà del 1979 La Habana e Luanda hanno deciso di iniziare nuovamente la
riduzione graduale delle truppe cubane, ma ripetute aggressioni di grande
portata, realizzate a partire da settembre dello stesso anno dai sudafricani
contro le provincie angolane di Cunene e Huila, tornano a paralizzare tale
progetto.
Durante tutto l’anno 1982, emissari nordamericani hanno visitato Luanda per
esigere dalle autorità locali il ritiro delle truppe cubane e per proporre in
cambio la partenza degli occupanti sudafricani dalla Namibia, l’indipendenza di
questo paese e l’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Angola e Stati
Uniti.
Per il Presidente dell’Angola, José Eduardo Dos Santos, "non si può in alcun
modo confondere l’esercito di occupazione sudafricano in Namibia con gli
internazionalisti cubani, che sono combattenti di un esercito amico", secondo
quanto dichiarato in quel momento.
Da parte sua, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de
Cuellar, ha detto al riguardo durante una visita a Luanda: "La presenza delle
forze di Cuba in Angola è una decisione bilaterale tra i governi dei due paesi".
Il 19 marzo 1984 una dichiarazione congiunta di Cuba e dell’Angola, appoggiata
dalla popolazione della Namibia, ha condizionato il ritiro graduale delle truppe
internazionaliste all’evacuazione unilaterale delle truppe sudafricane dal
territorio angolano, alla stretta applicazione della risoluzione 435 dell’ONU,
aell’indipendenza della Namibia, della fine di ogni aggressione contro l’Angola
da parte del Sudafrica, degli Stati Uniti e dei loro alleati, come pure degli
aiuti da parte di questi all’organizzazione controrivoluzionaria UNITA (Unione
Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola) mantenuta da Pretoria e da
Washington.
La risoluzione 435 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata il
29 settembre 1978, imponeva la cessazione dell’illegale amministrazione e
dell’occupazione militare sudafricana in Namibia, come pure l’indipendenza di
questo territorio mediante di libere elezioni vincolate al monitoraggio
internazionale.
Dal 1984 al 1988 si sono succeduti numerosi negoziati diplomatici nel mezzo di
aspri combattimenti che hanno rafforzato militarmente la posizione di Cuba,
dell’Angola e della Organizzazione Popolare dell’Africa Sud-Occidentale (SWAPO),
unica rappresentante del popolo della Namibia. La netta sconfitta dell’esercito
sudafricano è stato il fattore determinante nella svolta di questi colloqui.
Le molteplici conferenze quadripartite (Angola, Cuba, Sudafrica e Stati Uniti,
con la presenza dell’Unione Sovietica in qualità di osservatore) si sono
concluse con la firma nella sede delle Nazioni Unite, il 22 dicembre 1988, di
un’accordo che pone fine al conflitto nell’Africa Sud-Occidentale, che stipula
il processo di indipendenza della Namibia, a partire dal 1° aprile 1989, ed il
ritiro graduale degli internazionalisti cubani nell’arco di 27 mesi.
Poco tempo dopo, nello stesso Sudafrica, è stato eliminato il criminale sistema
di separazione delle razze e un rappresentante della maggioranza nera ha potuto
accedere alla carica di Capo dello Stato e del Governo.
Dal 1975 al 1989 hanno preso parte alla difesa dell’Angola oltre 300.000
internazionalisti cubani, sono stati 14 anni di cruenta guerra contro il
Sudafrica, nei quali Cuba ha subito soltanto 787 perdite in combattimento.
I corpi di questi uomini e donne, insieme a quelli degli altri caduti per
malattie, incidenti o altre cause in quel paese africano, sono stati vegliati in
tutti i municipi di loro provenienza, in modo solenne, come Eroi della Patria,
il 6 dicembre 1989. Questi onori funebri sono diventati un’indiscutibile
manifestazione nazionale di lutto popolare e di riaffermazione rivoluzionaria
del popolo di Cuba.
La guerra in Etiopia
Nel 1977 il Governo etiope ha chiesto aiuto militare alle autorità cubane
per difendersi da un’invasione somala che minacciava di sottrarre circa 344.000
chilometri quadrati, cioè più di un quarto di tutta l’estensione territoriale
dell’Etiopia.
In quello stesso anno sono arrivate le truppe cubane che insieme ai soldati
etiopi hanno combattuto nella guerra dell’Ogaden per fare cambiare radicalmente
i rapporti di forza nella battaglia.
Gli invasori hanno cominciato a perdere terreno e a fuggire verso la frontiera
con la Somalia.
Nel 1978 avevano già recuperato circa 700 chilometri quadrati occupati
dall’esercito somalo.
L’aiuto militare cubano all’Etiopia è stato mantenuto per altri 11 anni, fino al
1989, quando la situazione di frontiera con la Somalia è diventata stabile.
La collaborazione civile
Il 17 ottobre 1962 il Presidente Fidel Castro Ruz ha annunciato
ufficialmente la decisione del Governo Rivoluzionario di Cuba di inviare una
delegazione medica a collaborare con i servizi assistenziale dell’Algeria.
Il 15 giugno 1963 sono partiti dall’isola per il paese africano 30 medici, 2
stomatologi, 14 tecnici e 8 infermiere, che hanno dato inizio a quello che poi
sarebbe diventata una costante.
Oggi, dopo oltre 40 anni, la presenza medica cubana nei più sperduti angoli del
mondo è vista come normale e più di 80 milioni di persone sono state assistite
dai medici dell’isola caraibica.
L’efficienza dei medici, delle infermiere, degli stomatologi e dei tecnici
cubani è stata dimostrata in oltre 40 nazioni.
Anche gli insegnanti cubani, in un’esperienza che si è diffusa per la sua
portata e per le sue peculiarità, sono stati presenti in altri popoli del mondo.
La collaborazione nel campo educativo è iniziata nel 1973 nella Guinea
Equatoriale e si è estesa con il tempo all’Angola, al Nicaragua, allo Zimbawe e
a un’altra ventina di Stati.
Lo stesso esempio è stato ripetuto con i costruttori cubani, che hanno edificato
ospedali, abitazioni, strade, opere idrauliche e ponti, dal Viet Nam al
Nicaragua, passando per decine di altre nazioni.
La collaborazione internazionalista civile cubana abbraccia, allo stesso modo,
altri campi come l’agricoltura, la pesca, i trasporti, l’industria dello
zucchero, lo sport e altri.
Questo aiuto tecnico è stato complementato con la possibilità che hanno avuto
decine di migliaia di ragazzi e di giovani di altri popoli del mondo di ottenere
una specialità nel sistema educativo cubano.
La crisi economica che Cuba ha cominciato a patire dal 1990, non ha fatto
scomparire la volontà internazionalista del popolo cubano e del suo Governo,
benché siano diminuite le possibilità di offrire questa collaborazione come ai
suoi inizi, quando era realizzata in modo completamente gratuito.
Un esempio di ciò è il programma integrale di salute, creato nel 1998,
attraverso il quale fino al 2005 i medici cubani hanno assistito oltre 59
milioni di persone in 28 nazioni. Da quell’anno i circa 10.300 collaboratori
cubani hanno realizzato oltre 61 milioni di visite, 559.000 parti e salvato
1.146.000 vite.
L’impegno solidale di Cuba nei confronti degli altri popoli del mondo è
testimonianto anche in numerosi rapporti dell’UNICEF, dell’UNESCO, della FAO e
dell’OMS.