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Il nome

Elegia familiare
I
Fin dai tempi di scuola
e anche prima... Dall’alba, quando appena ero una pagliuzza di sonno e di pianto, da allora, mi dissero il mio nome. Due parole convenzionali per poter parlare con le stelle. Tu ti chiami, ti chiamerai... E poi mi assegnarono il nome che vedete scritto sul mio biglietto, il nome che metto in fondo alle poesie:
quattordici lettere
che porto sulle spalle nella via, che sempre vengono con me dovunque. Siete certi ch’è il mio nome? Avete tutti i miei dati? Conoscete già il mio sangue navigabile, la mia geografia piena di oscuri monti, di profonde e amare valli che non sono segnate sulle carte? Siete forse andati a visitare i miei abissi, le mie gallerie sotterranee, con grandi umide pietre, isole che spuntano da nere paludi e dove un puro zampillo
sento d’antiche acque cadere dal mio alto cuore con fresco e profondo strepito in un luogo denso d’ardenti alberi, di scimmie equilibriste, di pappagalli legislatori e di serpenti? Tutta la mia pelle (avrei dovuto pur dirio) tutta la mia pelle proviene da quella statua di marmo spagnolo? E anche la mia voce di terrore, il duro grido della mia gola? Vengono forse di là tutte le mie ossa? Le mie radici e le radici delle mie radici e ancora qùesti rami oscuri agitati dai sogni e questi fiori spalancati sulla mia fronte e questa linfa che fa amara la mia corteccia! Ne siete certi?
Non c’è altro che ciò che avete scritto, che ciò che avete sigillato
con un sigillo d’ira? (Oh, si, avrei dovuto pur chiederlo!)
Ebbene: ora vi chiedo:
non vedete questi tamburi nei miei occhi? Non vedete questi tamburi tesi e percossi con sopra due lacrime asciutte?
Non ho io allora forse un antenato notturno con un gran marchio nero (anche più nero della pelle)
un gran marchio stampato da una frusta? Non ho io dunque
un antenato mandingo, congolese, dahomeano? Come si chiama? Oh, si, ditemelo!
Andrés? Francisco? Axnable? Come dite Andrés in congolese? Come avete sempre detto Francisco in dahdmeano? E in mandingo come si dice Amable?
Oppure non è cosi? Erano, allora, altri nomi? Datemi, datemi il nome!
Conoscete voi l’altro mio nome, quello che mi viene da quella terra enorme, il nome
insanguinato e prigioniero, ch’è pa~sato sul mare
in catene, ch’è passato in catene sul mare?
Ah, non riuscite a ricordarlo!
Lo avete stemperato in un inchiostro senza memoria.
Lo avete strappato a un povero negro indifeso.
Lo avete nascosto, convinti
che io avrei abbassato gli occhi dalla vergogna.
Grazie!
Mille grazie!
Gentili signori, thank you!
Merci.
Merci bien.
Merci beaucoup!
Ma no!... Davvero lo credete? No!
Io sono pulito.
Splende la mia voce come un metallo or ora levigato.
Guàrdate il mio scudo: c’è sopra un baobab,
c’è sopra un rinoceronte e una lancia.
Io sono anche il nipote,
il pronipote,
il discendente di uno schiavo.
(Sì vergogni anzi il padrone!)
Sarò io Yelofe?
Nicolàs Yelofe, forse?
O Nicolàs Bakongo?
O forse Guillén Banghila?
Oppure Kumbà?
Forse Guillén Kumbà?
Oppure Konghé?
Potrei essere Guillén Konghé?
Oh, chi lo saprà!
Che grande enigma fra le acque!
Il
Sento la notte immensa gravitare su bestie profonde, su innocenti anime frustate; ma anche su voci appuntite che spogliano il cielo dei suoi astri, i più duri astri, per ornare il sangue militante. Da qualche paese ardente, trafitto
dalla gran freccia equatoriale, so che vengono i miei lontani cugini, remota angoscia mia scagliata al vento; so che vengono frammenti delle mie vene, sangue remoto mio, con duro piede che schiaccia le erbe atterrite; so che vengono uomini dalle verdi vite, remota selva mia, con il dolore aperto in croce e il petto rosso in fiamme. Senza conoscerci ci riconosceremo nella fame, nella tubercolosi e nella sifilide, nel sudore comprato a borsa nera, nei frammenti di catene attaccati ancora alla pelle; senza conoscerci ci riconosceremo negli occhi carichi di sogni e persino negli insulti come sassi che ci sputano addosso ogni giorno i quadrumani dell’inchiostro e della carta.
Che importanza ha allora (che importanza ha oggi!) ahimé, il mio piccolo nome con le quattordici lettere bianche? E neppure il nome mandingo, bantù, yoruba, dahomeano, nome del triste antenato affogato In inchiostro di notaio? Che cosa importa, amici puri? Oh, si, puri amici, venite a vedere il mio nome! Il mio nome interminabile, fatto d’interminabili nomi; il nome mio, altrui, libero e mio, vostro e altrui, libero e di tutti, come l’aria.
Elegia a Emmett TiZi
Il corpo mutilato di Emmett liii, di 14 anni, dì Chicago, Illinois, è stato ripesca-to nel fiume Tallahatchie, presso Green. wood, il 13 agosto, tre giorni dopo che il ragazzo era stato rapito dalla casa di suo zio da un gruppo di bianchi armati di fucile...