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Chitarra

Distesa nel primo albore,
la salda chitarra aspetta;
voce di profondo legno
inconsolata.
La sua cintura sonora,
su cui la gente sospira,
gravida di danza, stira
la carne soda.
Brucia la chitarra sola,
mentre s’estingue la luna;
brucia sciolta della schiava
sua veste a coda.
Lasciato ha l’ebbro nell’auto
e il cabaret tenebroso,
dove si muore di freddo,
notte su notte;
alzato ha la testa fina,
universale e cubana,
senz’oppio, né marijuana,
né Cocaina.
Venga la vecchia chitarra,
ancora nuova alla pena
a cui l’aspetta l’amico
che non la lascia!
Sempre alta, imbaldanzita,
rechi pure il riso e il pianto;
ficchi le unghie d’amianto
dentro la vita.
Prendila, su, chitarrista,
sciacquagli d’alcool la bocca,
e in questa chitarra suona
il son completo.
Il son dell’amore maturo,
il son completo;
quello del chiaro futuro,
il son completo;
quello del piede sul muro,
il son completo...
Prendila, su, chitarrista,
sciacquagli d’alcool la bocca,
e in questa chitarra suona
il son completo.
La mia patria è dolce di fuori...
La mia patria è dolce di fuori,
e molto amara di dentro;
la mia patria è dolce di fuori,
con la verde sua primavera,
con la verde sua primavera,
e un sole di fiele nel centro.
Che cielo di azzurro muto
guarda freddo il tuo dolore!
Che cielo di azzurro muto,
oh, Cuba, quel che Dio t’ha dato,
oh, Cuba, quel che Dio t’ha dato,
pur tanto azzurro il tuo cielo!
Un usignolo di legno
mi portò sul bccco il canto;
un usignolo di legno.
Ahi, Cuba, se ti dicessi,
Prendila, su, chitarrista,
sciacquagli d’alcool la bocca,
e in questa chitarra suona
il son completo.
Il son dell’amore maturo,
il son completo;
quello del chiaro futuro,
il son completo;
quello del piede sul muro,
il son completo...
Prendila, su, chitarrista,
sciacquagli d’alcool la bocca,
e in questa chitarra suona
il son completo.
La mia patria è dolce di fuori...
La mia patria è dolce di fuori,
e molto amara di dentro;
la mia patria è dolce di fuori,
con la verde sua primavera,
con la verde sua primavera,
e un sole di fiele nel centro.
Che cielo di azzurro muto
guarda freddo il tuo dolore!
Che cielo di azzurro muto,
oh, Cuba, quel che Dio t’ha dato,
oh, Cuba, quel che Dio t’ha dato,
pur tanto azzurro il tuo cielo!
Un usignolo di legno
mi portò sul becco il canto;
un usignolo di legno.
Ahi, Cuba, se ti dicessi,
io che ti conosco tanto,
ahi, Cuba, se ti dicessi,
ch’è di sangue il tuo palmeto,
ch’è di sangue il tuo palmeto.
e che il tuo mare è di pianto!
Sotto il tuo riso discreto,
io che ti conosco tanto,
guardo il sangue e guardo il pianto,
sotto il tuo riso discreto.
Sangue e pianto,
sotto il tuo riso discreto;
sangue e pianto,
sotto il tuo riso discreto.
Sangue e pianto.
L’abitante dell’interno,
in un buco sta intanato,
morto senz’essere nato,
l’abitante dell’interno.
E l’uomo della città,
ahi, Cuba, è proprio un pezzente:
gira affamato e senza niente,
chiedendo la carità,
sebbene porti il cappello
e balli pure in società.
(Lo dico nel mio son completo
perché è la pura verità).
Oggi yankee, ieri spagnola,
sissignore,
la terra che ci toccò,
sempre al povero gli capitò,
yankee oggi, ieri spagnola,
come no!
Com’è so!a la terra sola,
la terra che ci toccò!
La mano che non si nega
si deve stringere d’intesa;
la mano che non si nega,
gialla, bianca, rossa o negra,
gialla, bianca, rossa o negra,
con la nostra mano protesa.
Un marinaio americano,
già,
nel ristorante del porto,
già,
un marinaio americano
su me volle alzare la mano,
su me volle alzare la mano,
però là ci restò morto,
già,
però là ci restò morto,
già,
però là ci restò morto
il marinaio americano
che nel ristorante del porto
su me volle alzare la mano,
già!