La piccolo Ivette
Il giorno 12 settembre 1998, a soli quattro mesi di vita, la piccola Ivette dormiva
pacificaente nella sua culla. Erano le cinque dell'alba, quando alcuni colpi alla porta
del piccolo appartamento di Miami, rompevano la tranquillità dei suoi sonni, seguiti
dell'entrata di molti uomini con lespressione dura, a lei sconosciuti, che
vociferando in una lingua strana e lacerante andavano e venivano da un lato allaltro
in una danza frenetica e inspiegabile.
Non poteva capire il significato delle tre grandi lettere che portavano sulla schiena
delle loro casacche quei corpi che le apparivano come giganti. Per Ivette, ancora dopo
cinque anni, la sigla FBI continua a essere una simbolo che non riconosce.
Per adesso, continua a domandare a sua madre quando tornerà a vedere il suo Paparino,
quell'uomo dal viso dolce e dalle mani grandi che lavvicinava al suo petto fino a
sottomettersi, come quell'ultima notte. Un viso in una foto nella sala della sua casa che
viene ripetuto su striscioni e murales di La Habana e di tutta Cuba, insieme ad altri
quattro visi che già può identificare con i loro nomi propri, poiché a forza di sentire
parlare di loro sono diventati parte della sua breve vita.
Un giorno saprà senza capirne le ragioni.
Un giorno saprà che l'Ufficio Federale di Investigazioni, una Agenzia del Governo degli
Stati Uniti, ha strappato dalle loro case insieme a suo padre René González, Gerardo
Hernández, Ramón Labañino, Antonio Guerrero e Fernando González, cinque uomini che
combattevano i gruppi terroristici che compiono, da Miami negli Stati Uniti, azioni
criminali contro Cuba. Uomini di famiglie cubane che rinunciando a legittime aspirazioni
personali, hanno sacrificato parte della loro vita per scoprire e per potere evitare i
piani che sono costati a Cuba negli ultimi quarantanni la perdita di 3.478 vite di
persone innocenti.
Uomini degni che non hanno accettato di piegarsi al ricatto, quando hanno proposto loro di
firmare un impegno nel quale dovevano apparire come cospiratori contro gli Stati Uniti in
cambio di lievi sentenze per non andare al processo; che hanno deciso di dimostrare in un
Tribunale di Giustizia chi fossero e perché si trovassero negli Stati Uniti.
Saprà del dolore di suo padre quando è rimasto, dopo larresto, otto mesi senza
vederla, essendo stato portato senza un giustificato motivo in una cella di confino in
isolamento e dove gli è stata proibita la comunicazione con lei. È possibile che non
ricordi che la prima volta che si sono incontrati, lei stava sopra un tavolo e il suo
Paparino seduto in una sedia con una mano ammanettata, impossibilitato di darle un
abbraccio.
Saprà che a suo padre gli è stato proposto di firmare un impegno in cambio di non farla
portare via da sua madre dagli Stati Uniti. Le diranno che lui non ha accettato, che la
sua coraggiosa madre è stata arrestata il giorno dopo e condotta di fronte a suo papà,
per tornare a riproporgli l'accordo. Le diranno che i suoi genitori non hanno accettato la
pressione che si voleva loro imporre.
Forse ricorderà, sentendo questa storia, quando le hanno detto che non poteva baciare la
sua mamma perché era malata con il catarro. Un catarro strano. Lei già sapeva che cosa
fosse il catarro, ma quello della sua mamma era diverso. A Mammina non le aveva cambiato
la voce, era la stessa che aveva sentito per telefono il giorno prima, né aveva bisogno
di soffiarsi il naso, né aveva tosse, né lo sguardo verso terra come quelli che si
sentono malati. La Mammina guardava dritto, con voce forte ed era desta come le persone in
salute, ma non la poteva toccare per darle affetto come si fa verso quelli che si sentono
male perché un grosso pannello di plastica tra le due lo impediva.
Ma più strani, erano quelli che curavano i malati. Non indossavano vestiti bianchi, né
conversavano molto con i visitatori, sembrava che avessero tutte le chiavi del mondo
appese alla vita, parlavano con parole brevi e con voce grossa e si notava come tenessero
docchio troppo quelli che si sentivano male, ogni chiave era di una porta differente
e le porte pesavano molto dal modo in cui venivano spinte.
Non ha mai visto un ospedale come quello.
E un bel giorno salì per la prima volta in un aeroplano.
Allora, la famiglia venne separata.
Sua madre fu deportata a Cuba e le due partirono, restando lui negli Stati Uniti in
prigione. A partire da quel giorno nella sua nuova casa a La Habana, sarebbe stata
solamente con la sua mamma e con sua sorella Irmita. Altri corpi e altri visi sorridenti e
orgogliosi, sarebbero entrati umilmente nella sua casa con gesti di tenerezza e di
rispetto per vegliare i suoi sonni finché dura l'assenza di Paparino.
Ascolterà senza capire come da novembre 2000 fino a oggi, e non si sa fino a quando, non
ha potuto ritornare a vederlo, perché le autorità nordamericane hanno negato
ripetutamente il visto di entrata negli Stati Uniti a sua madre, per potere andare insieme
tutte e due a dare un bacio a quello che a Cuba chiamano "Eroe", parola della
quale neanche lei capisce ancora il suo reale significato.
Come non ha capito quando sua mamma dice davanti a lei, con occhi pieni di indignazione e
di impotenza, due sentimenti che neanche Ivette conosce nei suoi cinque anni, che
"un'altra volta papà sta nel Vuoto, senza che le autorità carcerarie
spieghino le ragioni". Ma la bambina nota già che lui non la chiama ogni tanto al
telefono, la mattina presto per chiederle come vanno le cose allAsilo Infantile e
lei gli restituisce un bacio con le labbra ben incollate al telefono, dopo avergli
raccontato dove è stata ieri o avergli cantato una canzone.
Tuttavia molta gente chiama chiedendo della mamma e sente quando la Mammina dice "che
no, che ancora non è uscito, che non ha chiamato, che non sa niente di René, che nessuno
gli ha detto perché è in punizione", parola che Ivette sì conosce, quando qualche
volta fa qualcosa di brutto nella sua casa, mentre lei guarda con i suoi grandi e begli
occhi chiari,
.. e continua a non capire.
Ma già Ivette comincia a capire alcuni cose.
Già sa cosa significa, quando sente qualcuno che dice che ci sarà unattività.
Lei sa che quel giorno andrà in un posto con la sua mamma, in qualsiasi posto di Cuba o
del mondo e che si incontrerà con molte persone, che probabilmente ci saranno molte
bandiere, tra queste, quella cubana, che già conosce molto bene, e che qualcuno farà un
discorso nella sua lingua, o in unaltra lingua della quale lei non capirà
esattamente le parole, però che avrà un suono soave e cadenzato, e ascolterà e capirà
quando sentirà dire Gerardo, Ramón, Antonio, Fernando e René, e sentirà
incoraggiamento e speranza e i suoi grandi occhi azzurri brilleranno intensamente e il suo
sorriso di bambina birichina e intelligente prenderà più forza, perché sente più
vicino il ritorno a casa del suo papà e guarderà gli striscioni con limmagine dei
Cinque, e proietterà in un dolce sogno la sua casa piena di famiglia al completo, senza
assenti e si immaginerà la festa e lallegria e vedrà gli stretti abbracci e i baci
e si vedrà addormentata a gambe sciolte sul petto del vero Eroe che ritorna, quello in
carne e ossa, con passo deciso, quello dallo sguardo nobile e orgoglioso, che non si è
piegato davanti allinfamia, e si vede fusa in Cinque abbracci, tra dieci mani di
uomini del futuro e allora capirà il loro sacrificio, quello che è stato imposto
dallodio e dallimpotenza.
E allora, senza dubbio, ricorderà quel giorno in cui domandò a un amico:
"Se io grido forte, liberano il mio Paparino?".
E accompagnata dal dolore e dalla commozione arrivò la risposta:
"A te, da sola, non ti sentono, però vedrai che quando grideremo tutti assieme, loro
libereranno il tuo Paparino".
Perché la parola "solidarietà", la piccola Ivette è da molto tempo che la
capisce.