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 Parte III: Il volto dell'impunità
Cubadebate, 25 agosto 2009

Come è stato riconosciuto durante la selezione della giuria, il sequestro di Elián González e le sue conseguenze per la comunità era molto presenti nelle menti di coloro che sarebbero stati giurati nel processo ai Cinque cubani alcuni mesi dopo che il bambino di sei anni fosse recuperato dagli agenti federali.
Come tutti, loro avevano seguito i fatti relativi a Elián che hanno riempito i giornali. I volti dei sequestratori, dei loro promotori e seguaci, come quelli di altri coinvolti nello scandalo erano diventati molto familiari per i componenti della giuria. I visi, e due dettagli del dramma di Elián con un carattere unico e una connessione diretta con il processo dei Cinque cubani.
In primo luogo, la sconcertante condotta di tutti i funzionari pubblici di Miami, dai suoi congressisti federali, dal sindaco e dai delegati fino ai pompieri e agli agenti delle forze di polizia, che apertamente si sono rifiutati di sottostare alla legge e non hanno fatto niente per mettere fine al più reclamizzato caso di abuso infantile mai successo. E, in secondo luogo, ma non per questo motivo meno incredibile, che niente è successo a un gruppo di individui che in modo così netto aveva violato la legge con il sequestro di un bambino e con la violenza e i tumulti che sono stati creati in tutta la città quando è stato recuperato dal Governo federale. Nessuno è stato processato, arrestato, né multato. Nessuna autorità locale è stata destituita, sostituita, né invitata a dimettersi. Il caso Elián ha dimostrato che l'impunità anticastrista regna a Miami.
Quando i giurati si sono seduti per la prima volta nell'aula del tribunale per compiere il loro dovere di cittadini, probabilmente si sono sorpresi. Lì, dal vivo, c’erano le "celebrità di Miami" che loro erano così abituati a vedere, giorno e notte, alla televisione locale. E stavano tutti insieme, a volte sorridendo e abbracciandosi gli uni agli altri, come vecchi complici. I sequestratori e gli addetti "a far rispettare la legge" in combutta con i pubblici ministeri (quelle coraggiose persone che non sono mai apparse quando un piccolo bambino veniva molestato di fronte ai mezzi di stampa).
I giurati hanno trascorso sette mesi in quella stanza guardando o essendo osservati dalle stesse persone così familiari per loro e che ora si trovavano sul banco dei testimoni, nell'area del pubblico o nell'angolo della stampa, le stesse persone che incontravano frequentemente nel parcheggio, all'entrata dell'edificio, nei corridori. Qualcuno di loro mostrava orgogliosamente la tenuta usata nella sua ultima incursione militare a Cuba.
I giurati li hanno ascoltati spiegare nei dettagli le loro imprese criminali e dire una e più volte che non stavano parlando del passato. E’ stata una strana sfilata di individui che comparivano davanti a una corte e che riconoscevano le loro azioni violente contro Cuba che erano state pianificate, preparate e intraprese dal loro stesso vicinato.
Lì, mentre facevano discorsi, mentre esigevano la peggiore punizione, mentre diffamavano e minacciavano gli avvocati della difesa.
La giudice ha fatto quello che ha potuto per cercare di mantenere la calma e la dignità. Realmente ha detto alla giuria, molte volte, di non considerare certi commenti inappropriati, ma facendo ciò non potevano essere cancellati dalle menti dei giurati i loro effetti di pregiudizio e di terrore.
Le conseguenze sono state ovvie. La decisione del collegio della Corte d’Appello è stata esposta in termini molto chiari: "l'evidenza ha portato alla luce le attività clandestine non solo degli accusati, ma anche di vari gruppi di esiliati cubani e dei loro campi paramilitari che continuano a operare nell'area di Miami… La percezione che questi gruppi avrebbero potuto causare danni ai giurati nel caso avessero emesso un verdetto sfavorevole ai loro punti di vista, era palpabile". (Undicesimo Circuito del Tribunale d’Appello, No. 01-17176, 03-11087).
Ma c’è stato di più. Dopo avere udito e visto l'abbondante documentazione di azioni di terrorismo che gli accusati avevano cercato di evitare, il Governo ha avuto successo nel difendere i terroristi ottenendo che inspiegabilmente la Corte fosse d’accordo sul fatto di togliere alla giuria il diritto di sollevare dalle accuse i Cinque sulla base del diritto di necessità, che era la base della loro difesa.
Il cuore della questione, in questo caso, è stata la necessità di Cuba di proteggere il suo popolo dai tentativi criminali dei terroristi che godono di totale impunità nel territorio degli Stati Uniti. La legge negli Stati Uniti è chiara: se si agisce per prevenire un danno maggiore, perfino se un individuo viola la legge nel processo, sarà esente da qualsiasi incriminazione perché la società riconosce la necessità, perfino i benefici, di mettere in pratica quell'azione.
Gli Stati Uniti, unica superpotenza mondiale, hanno interpretato questo principio universale per portare la guerra in terre lontane in nome della lotta contro il terrorismo. Ma contemporaneamente, si rifiutano di riconoscerlo per cinque uomini disarmati, pacifici, non violenti che, in nome di un paese piccolo, senza causare danno a nessuno, hanno tentato di evitare le azioni illecite di delinquenti che hanno trovato rifugio e appoggio negli Stati Uniti.
Il Governo degli Stati Uniti, attraverso i pubblici ministeri di Miami, è andato ancora più in là, fino all’estremo, per aiutare i terroristi. Lo ha fatto molto apertamente, per iscritto e con discorsi appassionati che curiosamente non sono considerati di interesse giornalistico.
Questo succedeva nell'anno 2001. Quando i pubblici ministeri del sud della Florida e l’FBI locale erano molto occupati a punire duramente i Cinque e a offrire protezione ai "suoi" terroristi, i criminali che hanno messo in pratica l'attacco dell’11 settembre si stavano addestrando, senza essere disturbati e da un certo tempo, a Miami. Dovevano avere una ragione importante per aver preferito quel posto.