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 II Parte 2: Giustizia nel Paese delle Meraviglie
CounterPunch, 12 agosto 2009


"Dapprima la sentenza –poi il verdetto"
Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll.

Dopo la sconfitta in merito alla questione del rinvio della causa davanti altra corte, il risultato del processo ai Cinque Cubani era predeterminato. Sarà strettamente conforme alla profezia della regina.
I mezzi di informazione americani giocarono un duplice ruolo molto importante. Lo era fuori Miami e continua ad esserlo, come descritto tanto adeguatamente dal procuratore Leonard Weinglass, in netto contrasto con il loro ruolo all’interno della Contea di Dade, entrambi offrendo un impressionante esibizione di disciplina.
I mezzi di informazione locali non si limitarono soltanto a fare la cronaca del caso in modo intensivo, bensì intervennero attivamente nello stesso, come se facessero parte della pubblica accusa. I Cinque furono condannati dai media ancor prima di essere accusati.
Molto presto al mattino di sabato 12 settembre 1998, ogni notiziario trasmesso a Miami parlava senza tregua della cattura di alcuni "terribili" agenti cubani "decisi a distruggere gli Stati Uniti" (frase che gli accusatori amano tanto e ripeteranno in continuazione durante l’intero processo). "Spie in mezzo a noi" era il titolo quella mattina. Contemporaneamente, per caso, il capo dell’FBI di Miami si incontrava con Lincoln Díaz-Balart e Ileana Ross Lehtinen, rappresentanti della vecchia banda Batista nel Congresso federale.
Una campagna di propaganda senza precedenti fu lanciata contro le cinque persone, che non poterono difendersi, per il fatto che esse erano completamente isolate dal mondo esterno, giorno e notte, per un anno e mezzo, in quello che nel gergo carcerario è accuratamente descritto come il "buco".
Un circo mediatico attorniò ininterrottamente i Cinque da quando furono arrestati fino ad ora. Ma solo a Miami. Altrove negli Stati Uniti la dura prova, a cui venivano sottoposti i Cinque, ottenne solo silenzio. Il resto del Paese non sa molto di questo caso ed è tenuto allo scuro, come se tutti accettassero che Miami —quella "comunità molto varia, estremamente eterogenea" quale descritta dal procuratore distrettuale— appartenesse ad un altro pianeta.
Quella avrebbe potuto essere una proposta ragionevole, se non fosse stato per alcuni fatti piuttosto imbarazzanti recentemente scoperti. Alcune persone dei media implicate nella campagna di Miami —"giornalisti" e altri— venivano pagati dal governo USA, erano sul libro paga come impiegati della radio e macchina da propaganda televisiva anti-cubana, che è costata molte centinaia di milioni di dollari dei contribuenti USA.
Senza saperlo, gli Americani erano obbligati ad essere davvero molto generosi. C’è un lungo elenco di "giornalisti" da Miami che facevano la cronaca dell’intero processo dei Cinque e, contemporaneamente, ricevevano sostanziosi assegni federali (per maggiori dettagli sul "lavoro" di questi giornalisti vedere: www.freethefive.org).
La decisione della Corte d’Appello nel 2005 fornisce pertanto un buon sommario della campagna di propaganda prima e durante il processo. Quello fu uno dei motivi che portò la commissione ad "annullare i verdetti di condanna e ordinare un nuovo processo". Miami non era un luogo dove avere anche solo la parvenza della giustizia. Come dissero i giudici "la prova presentata a supporto delle mozioni per il rinvio davanti ad altra corte era solida". (Corted’Appello per l’Undicesima Circoscrizione, No. 01-17176, 03-11087)
Chiariamo un particolare. Qui non si parla di giornalisti nel senso in cui gli Americani fuori da Miami potrebbero pensare. Ci riferiamo ai "giornalisti" di Miami, qualcosa di molto diverso.
Il loro ruolo non era riportare notizie, ma creare un clima che garantisse la condanna. Essi suscitarono persino dimostrazioni pubbliche fuori dall’ufficio dell’avvocato difensore e molestarono i probabili giurati durante la fase preprocessuale. La stessa corte espresse preoccupazione circa la "tremenda quantità di richieste di anticipare le domande che sarebbero state poste ai giurati nell’udienza preliminare, cosa apparentemente destinata ad informare i loro ascoltatori, compresi i probabili membri della giuria, sulle domande prima del momento in cui sarebbero state loro rivolte dalla corte".
Stiamo parlando di un gruppo di individui che hanno tormentato i giurati, inseguendoli con telecamere per le strade, filmando le loro patenti e mostrandole in TV, pedinandoli dentro l’edificio del tribunale fino alla porta della stanza dei giurati durante tutti i sette mese della durata dei dibattimenti processuali, ininterrottamente fino all’ultimo giorno.
Il giudice Lenard più di una volta protestò e chiese al governo di fermare una tale deplorevole montatura. Essa lo fece proprio all’inizio del processo, in svariate occasioni successive e fino alla fine. Tutto inutile. (Trascrizioni ufficiali del processo, p. 22, 23, 111, 112, 625, 14644-14646).
Il governo non era interessato ad avere un processo equo. Durante il procedimento di selezione della giuria, la pubblica accusa fu molto abile nell’escludere la maggioranza di probabili giurati afroamericani. Furono anche escluse le tre persone che non manifestavano forti sentimenti anti-castristi.
A quell’epoca Elian González è stato salvato, i giurati se lo ricordavano benissimo. Come uno di loro disse durante l’udienza: "Sarei preoccupato della reazione che potrebbe aver luogo… Non voglio che accadano disordini e cose del genere come successe nel caso di Elian". O con le parole di un’altro: "Sarei nervoso e angosciato se voleste sapere la verità… Avrei veramente paura per la mia sicurezza, se non ritornassi con un verdetto gradito alla comunità cubana".
In quell’ambiente di paura iniziò il più lungo processo della storia americana fino a quell’epoca. E l’unico che i grandi mezzi di informazione "scelsero" di ignorare.