Migrazioni esterne a partire dal 1959
Le migrazioni esterne, ossia gli
spostamenti di persone verso altri paesi, costituiscono modalità complesse e
sono un fenomeno demografico di somma importanza su scala mondiale, date le
implicazioni socio-economiche, politiche e culturali che causano, sia per la
nazioni dalle quali partono sia per quelle che ricevono le persone.
Per le crescenti proporzioni degli ultimi anni, l’esodo esterno è stato preso in
considerazione negli studi e nei dibattiti della comunità mondiale sul tema, con
punti di vista e valutazioni diverse a seconda dell’interesse dei paesi emissori
o riceventi, e dell’interpretazione delle sue cause e delle sue conseguenze.
Nel caso di Cuba, la migrazione esterna è stata condizionata dalla controversia
politica in atto tra l’isola e il Governo degli Stati Uniti, il cui
comportamento ha distorto il naturale fenomeno dell’emigrazione trasformandolo
in una arma politica contro il paese, arrivando persino a non rispettare gli
accordi che si erano presi in questo campo, secondo quanto indicano gli studi
sul tema.
Il trionfo rivoluzionario del 1959 ha originato un grande movimento immigratorio
in quell’anno, in gran parte costituito da cubani che si erano trasferiti in
altri paesi, sia per problemi economici sia per problemi politici, questi ultimi
dovuti alla repressione dal regime di
Fulgencio Batista,
che durò fino al termine del 1958.
Parallelamente si produsse un esodo di ex-funzionari legati alla corruzione e al
saccheggio della finanza,
così come di vecchi militari e membri delle forze repressive accusati di crimini
e di torture, che trovarono sicuro rifugio in territorio nordamericano
A partire dal 1960, le trasformazioni politiche, economiche e sociali intraprese
crearono malcontento tra le classi ricche, quei professionisti legati
fondamentalmente ad aziende nordamericane nazionalizzate dal Governo
Rivoluzionario, così come tra elementi antisociali –biscazzieri, prosseneti,
usurai e altri - molti dei quali abbandonarono il paese, la maggior parte verso
gli Stati Uniti, dove ricevettero tutti i tipi di facilitazioni.
La politica migratoria bilaterale è stata sempre condizionata dalla situazione
tesa esistente tra i due paesi, in conseguenza della marcata ostilità dei
successivi Governi nordamericani. Tutto questo ha provocato un’intensa
emigrazione, anche verso gli Stati Uniti, attraverso i voli commerciali delle
linee aeree internazionali.
Come punto massimo delle contraddizioni tra La Habana e Washington si segnala il
periodo vissuto nell’ottobre 1962, quando il Presidente degli Stati Uniti, John
F. Kennedy, ordinò un blocco totale dell’isola. Questa misura portò
all’eliminazione di tutti i voli internazionali da e per Cuba. Questa decisione
unilaterale comportò il fatto che le migrazioni si sarebbero potute realizzare
solamente attraverso il Messico e la Spagna, a partire dalla fine del 1962.
Le tensioni esistenti erano dovute al fatto che molte persone emigrate
desideravano riunirsi ai loro familiari, altre invece non erano ancora riuscite
a partire da Cuba, soprattutto in conseguenza delle restrizioni imposte dagli
Stati Uniti per la mancata concessione del visto di entrata: questi aspetti
determinarono il fatto che nel settembre 1965 l’allora Primo Ministro
Fidel Castro
invitasse pubblicamente il Governo nordamericano affinché facilitasse le
procedure a tutti coloro che desiderassero trasferirsi in quel paese.
Nell’ottobre dello stesso anno Cuba abilitò il porto cubano di
Camarioca,
vicino alla Florida, affinché tutti coloro che vivevano negli Stati Uniti e che
desideravano portare via dall’isola i propri familiari lo potessero fare, al
fine di evitare i rischi delle partenze illegali per mare.
In seguito a uno scambio di note diplomatiche tra i due Governi, attraverso
l’Ambasciata della Svizzera a La Habana, venne stabilito un
ponte aereo
con due voli alla settimana tra Cuba e Stati Uniti, a partire dal dicembre 1965,
con priorità alle partenze in rapporto al grado di parentela tra il residente
negli Stati Uniti e i suoi familiari nell’Isola.
Dal 1966 si sono avute annualmente emigrazioni di circa 50-55.000 persone, sia
per questa via sia attraverso altri voli internazionali. Si calcola che tra il
1960 e il 1970 un totale di 506.000 cubani lasciò l’isola, con destinazione
preferibilmente verso il territorio statunitense.
Nell’aprile 1980 un gruppo di persone che tentavano di uscire illegalmente dal
paese entrò con la forza nell’Ambasciata peruviana a La Habana, azione che causò
l’uccisione di una guardia cubana quando tentò di impedire l’assalto. La
situazione si aggravò di fronte alla condiscendenza del Governo peruviano, che
permise l’ingresso nella sede diplomatica di centinaia di persone, tra queste
elementi antisociali e delinquenti con precedenti penali.
In seguito a questi incidenti venne abilitato il porto di
Mariel
per ricevere le imbarcazioni provenienti dalla Florida in cerca dei familiari
dei cubani residenti negli Stati Uniti. Per questa via partirono anche coloro
che avevano trovato rifugio nell’Ambasciata peruviana.
In cifre assolute i saldi migratori degli anni 1960-1991 raggiunsero un totale
di circa 884.000 persone, delle quali il 49.6 % erano maschi. Se si eccettua il
triennio 1979-81, i saldi annuali tra il 1973 e il 1991 sono stati di scarsa
rilevanza e non hanno mai ecceduto i 10.000 cubani (nel 1977 meno di mille). A
partire dal 1981 si è prodotto un notevole decremento del numero di emigranti.
Cuba e gli Stati Uniti hanno firmato l’accordo
migratorio del 1984, che stabiliva l’entrata
in territorio nordamericano di 20.000 cubani all’anno.
Gli espatri corrispondono per un 60-70 % a Ciudad de La Habana, seguite in
ordine dalle province contigue come La Habana e Matanzas, ma con volumi minori.
La maggior parte degli emigranti è concentrata in età comprese tra i 15 e i 59
anni, in preferenza donne, dovuto al fatto che l’ordinamento del paese, allo
stesso che avviene in altre nazioni, limita la partenza di uomini in età di
servizio militare.
A metà del 1994 è avvenuta la cosiddetta "crisi dei
balseros",
quando, stimolato dagli Stati Uniti, si è prodotto un grande flusso di cubani
che prendevano la via del mare a bordo di improvvisate imbarcazioni, senza
interferenza delle autorità cubane.
Il 19 agosto di quello stesso anno il Presidente nordamericano, William Clinton,
ordinò al servizio guardacostiero di rafforzare la vigilanza intorno all’isola
per evitare l’ingresso negli Stati Uniti dei "rifugiati illegali" provenienti da
Cuba, e che coloro i quali sarebbero stati intercettati durante la traversata
fossero portati alla Base Navale di Guantánamo, una enclave militare che
Washington occupa nel territorio dell’oriente cubano dal principio del secolo XX.
Inoltre sospese l’invio di rimesse ai familiari sull’isola, i voli diretti
settimanali e la spedizione di pacchetti postali. Nel 1998, lo stesso Presidente
Clinton autorizzò la ripresa dei voli diretti a Cuba e l’invio di una piccola
rimessa familiare mensile limitata solo a 120 dollari a persona.
Dal 1 al 9 settembre 1994 le delegazioni di Cuba e Stati Uniti si incontrarono a
New York per sostenere nuovi colloqui, al fine di scongiurare la crisi prendendo
le misure necessarie per normalizzare il processo migratorio bilaterale.
Il 10 di settembre di quell’anno il Governo di Cuba esortò i cubani interessati
a espatriare a sospendere i viaggi con mezzi propri e senza le necessarie
procedure legali. Tre giorni dopo, termine ultimo dato dalle autorità per
raccogliere zattere, canotti o altre imbarcazioni improvvisate, venne proibita
la partenza dalle coste cubane, anche a costo di ricorrere all’uso della forza
per impedirlo, e venne annunciato che tutti i mezzi rinvenuti sarebbero stati
sequestrati.
Dal 24 al 26 ottobre 1994 si è svolta a La Habana una seconda tornata di
colloqui cubano-nordamericani sul tema delle migrazioni. La terza tornata
avvenne alle Nazioni Unite nei giorni 18 e 19 gennaio 1995 e la quarta si è
tenuta sempre in questa sede dal 17 al 19 aprile dello stesso anno. Il 2 maggio
1995 è stato reso noto, simultaneamente a La Habana e a Washington, il contenuto
degli accordi migratori del
1995, secondo i quali gli Stati Uniti si
impegnano a rimpatriare a Cuba gli emigranti illegali sorpresi in alto mare dal
loro servizio di guardacoste o che siano stati trasportati al territorio
nordamericano con qualsiasi altro mezzo illecito.
Questi incontri tra funzionari dei due Governi sono stati mantenuti fino al 1999
con una frequenza di due volte all’anno per verificare il rispetto degli accordi
migratori del 1995.