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Migrazioni fino al 1902 L’arrivo dei conquistatori spagnoli a Cuba nel 1492 avrebbe successivamente trasformato quest’isola in un paese di immigranti, aspetto che ha dato origine a una delle popolazioni più eterogenee del mondo. In un primo tempo è avvenuto l’incrocio degli iberici con gli indios incontrati qui: ciboneyes, taínos e guanahatabeyes, in un secondo momento con i neri africani e più tardi con i cinesi e gli aborigeni importati dallo Yucatán (Messico). La mescolanza delle abitudini, delle culture e dei mezzi di lavoro di tutti questi gruppi, ha cementato le radici della nazionalità cubana. Fin dagli inizi, la popolazione dell’isola è stata legata all’industria dello zucchero e a quella del caffè. Al principio del secolo XVI, quando gli indocubani erano già quasi del tutto estinti, a causa della repressione e dei lavori forzati, cominciò l’introduzione nel paese di neri africani, per seminare, tagliare e spremere la canna attraverso i primitivi torchi. I pochi aborigeni sopravvissuti si riunivano in piccole comunità, le quali si mescolarono con gli altri gruppi etnici. È ancora possibile incontrare alcuni dei loro pochi discendenti solamente sulla Sierra Maestra e nelle montagne di Baracoa, nell’oriente cubano. Andalusi e gente delle Canarie hanno costituito fondamentalmente l’immigrazione fino alla seconda metà del secolo XVIII, in cui venne promossa una maggior corrente migratoria da altre regioni della Spagna (Asturie, Galizia, Catalogna, ecc.), con l’autorizzazione per decreto reale del commercio e della navigazione tra i vari porti spagnoli dell’Isola. Una lenta crescita demografica è stata osservata nei primi secoli della colonizzazione spagnola di Cuba, accompagnata da un povero sviluppo dell’economia, dovuto a diversi fattori come le spedizioni che partirono dai suoi porti alla conquista di territori nel continente, ricchi di oro e argento, che quasi la lasciano spopolata. Allo stesso modo, il monopolio commerciale esercitato prima dai commercianti di Siviglia e, in seguito, da quelli di Cadice con il porto di La Habana, isolò le restanti regioni cubane. Pochi anni dopo l’isola si riempì di ingenios (piantagioni di canna da zucchero con annessa centrale per la sua lavorazione), e cominciarono così le crescenti importazione di massa di africani, ragion per cui la popolazione nera e meticcia aumentò a un ritmo quasi due volte superiore di quella bianca, elevando la sua percentuale - rispetto al numero totale degli abitanti, dal 44 al 52 %. Le donne invece, che nel 1774 rappresentavano solo il 41 % della popolazione, nel 1792 aumentarono al 47 % e il loro indice è stato 1.6 volte superiore a quello degli uomini. Questo propiziò condizioni favorevoli per il futuro incremento naturale della popolazione. Durante i primi quattro decenni del secolo XIX vi furono elevati ritmi di aumento demografico, così che sono stati necessari solo 25 anni per raddoppiare il numero di abitanti (1792-1817), quando prima ne erano occorsi 200. Il commercio di schiavi africani continuò ad aumentare, dal momento che apportava grandi guadagni, e anche quando la tratta venne proibita, ogni anno entravano nel paese circa 20.000 neri in modo clandestino. Il libero commercio di schiavi non era altro che l’autorizzazione concessa dal re di Spagna per l’importazione e la vendita di neri. Il loro insediamento, rispose all’espansione dell’industria dello zucchero e, in particolare, all’introduzione nel 1819 di importanti cambiamenti tecnologici, come la macchina a vapore nel processo di lavorazione dello zucchero, che generò maggior necessità di manodopera per la coltivazione e la raccolta della canna. Secondo gli storici, nel 1840, considerato il momento culminante della tratta, la popolazione schiava era stimata in circa 436.000 persone, più della metà degli abitanti dell’isola. Il tabacco, fino ad allora il primo prodotto di esportazione, passò al secondo o al terzo posto, mentre lo zucchero si trasformò nella voce più importante dell’economia cubana. Le navi negriere portarono su quest’isola circa un milione di africani di diverse tribù: mandingas, congos, carabalíes, minas, lucumíes, ashantis, falas, yalofres e macúas. Quando il regime schiavista entrò in crisi (venne abolito tra il 1880 e il 1886), i padroni degli ingenios cominciarono a introdurre asiatici e aborigeni dallo Yucatán. Alla metà del secolo XIX decine di migliaia di cinesi approdarono in terra cubana per sostituire parte della forza lavoro nera, regolarmente contrattati come coloni ma in realtà vennero ridotti in schiavitù. Molti di questi uomini arrivati dall’Asia parteciparono alle guerre d’indipendenza cubane del secolo XIX. Il torchio, l’ingenio e la centrale (nome dato alle fabbriche di zucchero man mano che andavano modernizzandosi) segnarono le tre tappe del processo di industrializzazione nella lavorazione della canna e, allo stesso tempo, contribuirono a far radicare le principali correnti della nazionalità cubana: la spagnola, l’africana e quella dalle Antille. Dopo il 1898 arrivarono sull’isola centinaia di immigrati statunitensi, che fondarono numerose colonie all’Isola dei Pini, a Guantánamo e in varie centrali dello zucchero. |