Tendenza storica dell’urbanizzazione
Il trasferimento delle persone dal loro abituale luogo di residenza verso altre
aree del paese, o migrazione interna, è divenuto un fattore essenziale nel
bilancio demografico sia delle province sia dei municipi, sia delle città e dei
villaggi di Cuba, negli ultimi tempi.
Con bassi indici di fecondità e di mortalità in diversi punti del paese, la
corrente migratoria compensa, di fatto, il basso incremento demografico,
convertendosi in una specie di bilancia che equilibra il riordinamento
territoriale.
Nell’anno 2000, come risultato di questo movimento umano, circa il 75 % degli
oltre 11 milioni di cubani vive in aree urbane (100 abitanti per chilometro
quadrato).
Tra il 1953 e il 1970 la percentuale di popolazione urbana è salita del 3.5 %.
Questo ha prodotto un decremento della composizione rurale, e all’inizio degli
anni ’70 due cubani su cinque risiedevano in campagna. Questo fenomeno ha
continuato a crescere e nel 1990 solamente una persona ogni quattro abitava in
zone rurali.
Le principali cause di questo trasferimento vanno ricercate nei maggiori salari
e alla possibilità di tipi di impiego diversi, nelle migliori possibilità di
usufruire delle abitazioni, di frequentare gli studi, dei servizi e del tempo
libero, come pure per motivazioni di indole familiare. Anche le correnti
migratorie interne sono vincolate alla ricerca di lavoro, obbiettivo questo di
rilevanza fondamentale nella fase precedente il 1959.
A partire dal terzo decennio del secolo XX si era registrato un intenso esodo
rurale, specialmente verso la capitale o anche verso Camagüey (dove l’industria
dello zucchero era assai sviluppata) durante il tempo della raccolta.
Nel passato, quando venne abolita la schiavitù (1886) e anche negli anni finali
del secolo XIX quando finirono le guerre di indipendenza, si produsse una forte
corrente migratoria interna verso le regioni centrale e orientale dell’isola,
che generò uno spopolamento relativo della parte occidentale.
Ossia, venne mantenuta una tendenza iniziale, osservata fin dall’epoca
precolombiana, verso una maggiore densità di popolazione nell’oriente cubano,
fenomeno predominante durante l’età della Repubblica (a partire dal 1902).
Le zone nord e sud-occidentale della provincia di Oriente e quella nel sud di
Camagüey sarebbero state le più favorite durante l’espansione dell’industria
dello zucchero di inizio secolo, con i più forti investimenti nordamericani nel
settore agricolo di questi territori.
Nel 1929, l’esistenza della strada centrale (che attraversa tutto il paese)
contribuì a invertire il flusso migratorio interno stazionale e quasi sempre
definitivo, di migliaia di disoccupati in cerca di un impiego e di salari
migliori verso la capitale, ai quali si sommano i tagliatori di canna durante il
"tempo morto", alla conclusione della raccolta (zafra) della canna da zucchero.
La diminuzione della popolazione rurale non implicò un normale processo di
urbanizzazione, bensì una ipertrofia dello sviluppo urbano. In ragione di ciò, a
partire dagli anni ’30 del secolo XX, sorsero nelle periferie della capitale
interi quartieri dalle precarie condizioni, come Las Yaguas, El Moro, e altri
assai simili a quelli dei quartieri periferici che circondano le più importanti
città latinoamericane.
Il processo di incremento demografico nelle città, principalmente in quelle con
più di 100.000 abitanti, si manifestava in forme sproporzionate, e La Habana
sarebbe diventato il caso più eclatante, quando raggiunse il mezzo milione di
abitanti nel 1930 e raddoppiò la sua popolazione nell’arco di 25 anni.
Al trionfo della Rivoluzione nel 1959, il differente sviluppo socio-economico
ereditato era ben evidenziato nella concentrazione nella capitale del 20 % della
popolazione attiva, impiegata nell’industria, il 41.9 % nei servizi e il 17.9 %
nel commercio. Inoltre vi era il 35 % del valore del commercio interno e il 90 %
dei medici del paese.
La capitale rappresentava allora il 20.7 % della popolazione nazionale,
occupando solamente lo 0.3 % dell’area del paese, con una densità media di 3.678
abitanti per Km².
Negli anni successivi ha avuto inizio un programma di migliorie sociali espresse
nelle leggi di Riforma Agraria: nuove fonti di lavoro nei campi e sviluppo del
settore agricolo; creazione di nuovi insediamenti rurali e miglioramento dei
servizi - specialmente la sanità pubblica, l’illuminazione, l’acqua potabile,
l’educazione e le comunicazioni - che a loro volta hanno contribuito a eliminare
le differenze già citate e, di conseguenza, a diminuire l’esodo rurale-urbano.
Diversi piani di investimento in alcuni luoghi del paese, come nella provincia
centrale di Cienfuegos e a Moa, nell’estremo orientale, solo per citare questi
esempi, hanno frenato la corrente migratoria verso Ciudad de La Habana negli
ultimi tempi.
Allo stesso modo, ha inciso nell’invertire la tendenza di questo fenomeno
migratorio, la costruzione di abitazioni, dando maggior priorità a quelle
località meno sviluppate e con un tasso di migrazione più sfavorevole.
La Divisione Politico-Amministrativa del 1976 ha tenuto conto della realtà
geografica del paese, della distribuzione della popolazione, dell’attività
economica e delle sue prospettive di sviluppo mediato, della tradizione e dei
legami tra le sue differenti realtà locali, della rete viaria esistente e in
progetto, così come delle migrazioni, tra tanti altri aspetti vitali.
In accordo a tutto questo, l’isola è stata divisa in 14 provincie: Pinar del Río,
La Habana, Ciudad de La Habana, Matanzas, Villa Clara, Sancti Spíritus,
Cienfuegos, Ciego de Ávila, Camagüey, Las Tunas, Holguín, Granma, Santiago de
Cuba e Guantánamo. Il paese conta inoltre 169 municipi. L’Isola della Gioventù
(prima Isola dei Pini) ha il rango di municipio speciale.
Per frenare drasticamente il movimento migratorio verso Ciudad de La Habana e in
particolare verso alcuni dei suoi municipi, come pure verso Santiago de Cuba, il
Governo cubano ha promulgato nel 1997 leggi per il controllo più severo da parte
di organismi dello Stato dei registri dei residenti, dell’occupazione delle
abitazioni e dell’impiego di persone senza residenza permanente legale nel luogo
dove è ubicato il centro di lavoro.
Queste misure, ancora in vigore nel 1999 e che hanno dato risultati positivi,
sono state necessarie per l’impossibilità di garantire i servizi pubblici
(educazione, salute, trasporto, riparazione di abitazioni, alloggio, acqua,
elettricità, tra gli altri), la casa e l’impiego in queste città sovrappopolate.