Riflessioni del Comandante in Capo
RIFLESSIONI DEL COMANDANTE IN CAPO
LULA
(Prima Parte)
In veste di Presidente del Brasile ha deciso di visitare spontaneamente Cuba per
la seconda volta, benché la mia salute non gli garantisse un incontro con me.
Precedentemente, come ha detto lui stesso, visitava l’Isola quasi tutti gli
anni. L’ho conosciuto in occasione del primo anniversario della Rivoluzione
Sandinista in casa di Sergio Ramírez, allora vicepresidente del paese. Di
passaggio, dico che in un certo modo quest’ultimo m’ingannò. Quando lessi il suo
libro Castigo Divino – eccellente racconto -, giunsi a credere che si trattava
di un fatto reale accaduto in Nicaragua, con tutti gli intrighi legali tipici
delle antiche colonie spagnole; lui stesso mi raccontò un giorno che era pura
finzione.
Lì m’incontrai anche con Frei Betto, oggi critico, ma non nemico di Lula, e con
il Padre Ernesto Cardenal, militante sandinista di sinistra ed attuale
avversario di Daniel. I due scrittori provenivano dalla Teologia della
Liberazione, una corrente progressista in cui abbiamo sempre visto un gran ponte
verso l’unità dei rivoluzioni e dei poveri, ben oltre la sua filosofia e le sue
credenze, adattata alle concrete condizioni di lotta dell’America Latina e dei
Caraibi.
Confesso, nonostante, che vedevo in Padre Ernesto Cardenal, a differenza di
altri nella direzione nicaraguense, un’espressione del sacrificio e delle
privazioni del monaco medievale. Era il vero modello di purezza. Lascio da parte
altri che, meno coerenti, furono alle volte rivoluzionari, perfino militanti
d’estrema sinistra in Centro America ed in altre zone, e successivamente
passarono armi e bagagli, per brama di benessere e denaro, nelle file
dell’impero.
Cosa ha a che vedere con Lula quanto riferito? Molto. Non è mai stato
un’estremista di sinistra, né è assurto a condizione di rivoluzionario partendo
da posizioni filosofiche, al contrario da quelle di un operaio di origine molto
umile e di fede cristiana, che ha lavorato duramente, creando plusvalore per
altri. Carlo Marx vide negli operai i seppellitori del sistema capitalista e
proclamò: "Proletari di tutto il mondo, unitevi". Lo ragiona e lo dimostra con
una logica irrefutabile; si compiace e si burla, dimostrando quanto ciniche
erano le menzogne impiegate per accusare i comunisti. Se le idee di Marx erano
giuste allora, quando tutto sembrava dipendere dalla lotta di classe e dallo
sviluppo delle forze produttive, la scienza e la tecnica, per sostenere la
creazione dei beni indispensabili per soddisfare le necessità umane, esistono
ora fattori assolutamente nuovi che gli danno ragione ed al contempo si
scontrano con i suoi nobili obbiettivi.
Sono sorte nuove necessità che possono rovinare gli obbiettivi di una società
senza sfruttatori né sfruttati. Tra queste nuove necessità nasce quella della
sopravvivenza umana. Ai tempi di Marx non si sapeva nulla del cambio climatico.
Lui ed Engels sapevano fin troppo che un giorno il sole si sarebbe spento
consumando tutta la sua energia. Pochi anni dopo il Manifesto, nacquero altri
uomini che approfondirono gli studi in campo scientifico e nella conoscenza
delle leggi chimiche, fisiche e biologiche che reggono l’Universo, a quei tempi
sconosciute. In quali mani sono quelle conoscenze? Anche se continuano ad
evolversi, addirittura superandosi, e le loro teorie sono nuovamente negate ed
in parte contraddette, le nuove conoscenze non sono nelle mani dei popoli
poveri, che attualmente rappresentano i tre quarti della popolazione mondiale.
Si trovano nelle mani di un gruppo privilegiato di potenze capitaliste ricche e
sviluppate, associate al più potente impero mai prima d’ora esisto, costruito
sulle basi di un’economia globalizzata, retta dalle stesse leggi del capitalismo
che Marx descrisse e analizzò a fondo.
Oggi, quando l’umanità ancora soffre quelle realtà in virtù della stessa
dialettica dei fatti, dobbiamo fronteggiare questi pericoli.
Come si è comportato il processo rivoluzionario a Cuba? Nelle ultime settimane
si è scritto abbastanza sulla nostra stampa in merito a distinti episodi di quel
periodo. Si rende tributo alle date storiche nei giorni corrispondenti agli
anniversari che raggiungono la cifra tonda di cinque o dieci anni. È giusto, ma
dobbiamo evitare che, nell’insieme di tanti fatti descritti da ciascun organo o
spazio, secondo il loro criterio, si sia incapaci di vederli nel contesto
dell’evoluzione storica della nostra Rivoluzione, nonostante lo sforzo dei
magnifici analisti a nostra disposizione.
Per me, unità significa condividere il combattimento, i rischi, i sacrifici, gli
obbiettivi, le idee, i concetti e le strategie, a cui si giunge attraverso il
dibattito e l’analisi. Unità significa la lotta comune contro gli annessionisti,
i voltagabbana ed i corrotti che non hanno nulla a che vedere con un militante
rivoluzionario. Mi sono sempre riferito a questa unità legata all’idea
dell’indipendenza e contro l’impero che avanzava sopra i popoli d’America.
Qualche giorno fa, sono ritornato a leggerla, pubblicata da Granma in prossimità
delle nostre elezioni, e Juventud Rebelde ne ha riprodotto un facsimile scritto
di mio pugno.
La vecchia consegna pre-rivoluzionaria d’unità, non ha niente a che vedere con
il concetto, poiché nel nostro paese non esistono oggi organizzazioni politiche
in cerca di potere. Dobbiamo evitare che, nell’enorme mare di criteri tattici,
si diluiscano le linee strategiche e ci immaginiamo situazioni inesistenti.
In un paese in cui intervennero gli Stati uniti, durante la sua lotta solitaria
per l’indipendenza dell’ultima colonia spagnola, insieme alla fraterna Porto
Rico – "di un uccello le due ali" - , i sentimenti nazionali erano molto
profondi.
I veri produttori dello zucchero, che erano gli schiavi recentemente liberati ed
i contadini, di cui molti combattenti dell’Esercito di Liberazione, trasformati
in precari o nullatenenti, e che erano gettati nel taglio della canna nei grandi
latifondi creati dalle compagnie statunitensi o dai proprietari terrieri cubani
che ereditavano, compravano o rubavano la terra, erano materia prima propizia
per le idee rivoluzionarie.
Julio Antonio Mella, fondatore del Partito Comunista insieme a Baliño – che
conobbe Martí e con lui creò il Partito che portò all’indipendenza di Cuba -,
prese la bandiera, ne aggiunse l’entusiasmo emerso dalla Rivoluzione d’Ottobre e
consegnò a questa causa il suo stesso sangue di giovane intellettuale,
conquistato dalle idee rivoluzionarie. Il sangue comunista di Jesús Menénedez
s’aggiunse a quello di Mella 18 anni dopo.
Noi adolescenti e giovani che studiavamo nelle scuole private, nemmeno avevamo
sentito parlare di Mella. La nostra appartenenza di classe o ceto sociale, con
maggiori introiti del resto della popolazione, ci condannava come uomini ad
essere la parte egoista e sfruttatrice della società.
Ho avuto il privilegio di arrivare alla Rivoluzione attraverso le idee, di
sfuggire al noioso destino a cui mi conduceva la vita. Adesso lo ricordo
solamente nel contesto di ciò che scrivo.
L’odio nei confronti di Batista per la sua repressione ed i suoi crimini era
così grande che nessuno corresse le idee che espressi in mia difesa di fronte al
tribunale di Santiago de Cuba, dove trovarono tra le proprietà dei combattenti
perfino un libro di Lenin stampato in URSS – frutto del credito di cui godevo
nella libreria del Partito Socialista Popolare di Carlos III all’Avana. "Chi non
legge Lenin è un ignorante", gli spiattellai durante l’interrogatorio nelle
prime sessioni del dibattimento, quando lo mostrarono come elemento accusatorio.
Mi giudicavano ancora insieme agli altri prigionieri sopravvissuti.
Non si capisce bene ciò che affermo, se non si considera che nel momento in cui
attaccammo il Moncada, il 26 luglio 1953, con un’azione frutto dello sforzo
organizzativo di oltre un anno e contando solo su noi stessi, la politica
prevalente in URSS era quella di Stalin, morto all'improvviso mesi prima. Era un
militante onesto e degno, che successivamente commise gravi errori che lo
condussero a posizioni straordinariamente conservatrici e prudenti. Se una
rivoluzione come la nostra avesse avuto successo allora, l’URSS non avrebbe
fatto per Cuba ciò che più tardi fece la direzione sovietica, liberata ormai da
quei metodi oscuri e tortuosi, entusiasta della rivoluzione socialista
scatenatasi nel nostro paese. Questo lo compresi bene, nonostante le giuste
critiche che, per fatti ben noti, feci in un momento a Krusciov.
L’URSS possedeva l’esercito più potente di tutti i partecipanti alla Seconda
Guerra Mondiale, solo che si trovava purgato e smobilizzato. Il suo capo
sottovalutò le minacce e le teorie belliciste di Hitler. Dalla capitale del
Giappone, un importante e prestigioso agente dei Servizi Segreti sovietici gli
aveva comunicato l’imminenza dell’attacco: il 22 giugno 1941. Questo sorprese il
paese, che non si trovava in assetto di guerra. Molti ufficiali erano in
permesso. Anche senza i comandanti d’unità di maggiore esperienza, che furono
sostituiti, se fossero stati avvisati e mobilitati, i nazisti si sarebbero
scontrati fino dal primo istante con delle forze potenti e non avrebbero
distrutto a terra la maggior parte dell’aviazione da combattimento. Peggio della
purga fu la sorpresa. I soldati sovietici non s’arrendevano quando gli parlavano
di carri armati nemici nella retroguardia, come fecero gli altri eserciti
dell’Europa capitalista. Nei momenti più critici, sottozero, i patrioti
siberiani misero in moto i torni delle fabbriche d’armi che Stalin aveva
prudentemente trasferito nell’interno del territorio sovietico.
Come mi raccontarono gli stessi dirigenti sovietici, quando visitai quel gran
paese nell’aprile del 1963, i combattenti russi, abituati alla lotta contro
l’intervento straniero, in base al quale furono inviate truppe a combattere la
rivoluzione bolscevica, lasciandola successivamente bloccata ed isolata, avevano
stabiliti dei rapporti ed scambiato esperienze con gli ufficiali tedeschi, di
tradizione militare prussiana, umiliati dal Trattato di Versailles, che pose
fine alla Prima Guerra Mondiale.
I Servizi Segreti delle SS introdussero il sospetto contro molti che erano nella
stragrande maggioranza leali alla Rivoluzione. Mosso da una sfiducia divenuta
malattia, negli anni che precedettero la Grande Guerra Patria, Stalin purgò 3
dei 5 Marescialli, 13 dei 15 Comandanti d’Armata, 8 dei 9 Ammiragli, 50 dei 57
Generali di Corpo d’Armata, 154 dei 186 Generali di Divisione, il cento per
cento dei Commissari d’Armata e 25 dei 28 Commissari di Divisione dell’Unione
Sovietica.
Quei gravi errori costarono all’URSS un’enorme distruzione ed oltre 20 milioni
di vita; alcuni affermano 27.
Nel 1943 si scatenò, in ritardo, l’ultima offensiva di primavera dei nazisti sul
famoso e tentatore saliente di Kursk, con 900 mila soldati, 2.700 carri armati e
2.000 aerei. I sovietici, conoscitori della psicologia nemica, aspettarono in
quella trappola il sicuro attacco con un milione e 200 mila uomini, 3.300 carri
armati, 2.400 aerei e 20.000 pezzi d’artiglieria. Diretti da Zhukov e dallo
stesso Stalin distrussero l’ultima offensiva di Hitler.
Nel 1945, i soldati sovietici avanzarono incontenibili fino a prendere la cupola
della Cancelleria tedesca di Berlino, dove issarono la bandiera rossa tinta del
sangue dei tanti caduti.
Osservo un momento la cravatta rossa di Lula e gli domando: "Te l’ha regalata
Chávez?" Sorride e risponde: "Adesso gli invierò delle camice, visto che si
lamenta che il colletto delle sue è molto duro e le cercherò a Bahía per
regalargliele."
Mi ha domandato di dargli delle foto che ho fatto.
Quando ha commentato che era molto impressionato per la mia salute, gli ho
risposto che mi stavo dedicando a pensare e scrivere. Non ho mai pensato così
tanto nella mia vita. Gli ho raccontato che, conclusa la mia visita a Córdoba,
in Argentina, dove avevo assistito ad una riunione con numerosi leader, tra cui
lui stesso, ero ritornato ed avevo partecipato a due manifestazioni per
l’Anniversario del 26 di Luglio. Stavo controllando il libro di Ramonet. Avevo
riposto a tutte le sue domande. Non l’avevo presa di petto. Credevo che era
qualcosa di molto veloce, come le interviste di Frei Betto e Tomás Borge. Quindi
mi sottomisi al libro dello scrittore francese, ormai al punto d’essere
pubblicato senza revisione da parte mia e con parte delle risposte prese al
volo. In quei giorni quasi non dormivo.
Quando nella notte tra il 26 ed il 27 luglio mi sono gravemente ammalato, pensai
che era la fine, e mentre i medici lottavano per la mia vita, il Capo di
Gabinetto del Consiglio di Stato leggeva a mia richiesta il testo ed io dettavo
le correzioni pertinenti.
Fidel Castro Ruz
22 gennaio 2008
RIFLESSIONI DEL COMANDANTE IN CAPO
LULA
(Seconda Parte)
Lula mi ha ricordato con calore la prima volta che visitò il paese nel 1985, per
partecipare ad una riunione convocata da Cuba per analizzare l’opprimente
problema del debito estero, durante la quale esposero ed esaminarono i loro
criteri i rappresentati delle più varie tendenze politiche, religiose, culturali
e sociali, preoccupati dall’assillante dramma.
Gli incontri si svolsero nel corso dell’anno. Furono convocati leader operai,
contadini, studenteschi e di altre categorie in base al tema. Lui era uno di
loro, già conosciuto tra di noi ed all’estero per il suo messaggio diretto e
vibrante, di giovane dirigente operaio.
L’America Latina doveva allora 350 miliardi di dollari. Gli ho raccontato che in
quell’anno d’intensa lotta avevo scritto delle lunghe lettere al Presidente
argentino, Raúl Alfonsín, per persuaderlo a non continuare a pagare quel debito.
Conoscevo le posizioni del Messico, imperturbabile nel pagamento del suo enorme
debito, anche se non indifferente al risultato della battaglia, e la speciale
situazione politica del Brasile. Dopo i disastri del governo militare, il debito
argentino era sufficientemente grande. Era giustificato il tentativo d’aprire
una breccia in quella direzione. Non ebbi la possibilità d’ottenerlo. Pochi anni
dopo, con i suoi interessi, ammontava a 800 miliardi; si era duplicato ed era
già stato pagato.
Lula mi spiega la differenza con quell’anno. Afferma che oggi il Brasile non ha
alcun debito con il Fondo Monetario e nemmeno con il Club di Parigi, e dispone
nelle sue riserve di 190 miliardi di dollari americani. Ho dedotto che il suo
paese deve aver pagato delle somme enormi per soddisfare quelle istituzioni. Gli
ho spiegato la colossale truffa all’economia mondiale realizzata da Nixon,
quando nel 1971 sospese unilateralmente la convertibilità con l’oro, che
limitava l’emissione di banconote. Il dollaro aveva mantenuto fino ad allora un
equilibrio rispetto al suo valore in oro. Trent’anni prima, gli Stati Uniti
disponevano di quasi tutte le riserve di questo metallo. Se era molto,
compravano; se era scarso, vendevano. Il dollaro esercitava il suo ruolo di
moneta di scambio internazionale, in base ai privilegi concessi a quel paese a
Bretton Woods, nel 1944.
Le grandi potenze erano state distrutte dalla guerra. Il Giappone, la Germania,
l’URSS ed il resto dell’Europa possedevano poche riserve di questo metallo.
L’oncia Troy d’oro poteva essere acquistata addirittura a 35 dollari; oggi ne
sono necessari 900.
Gli Stati Uniti – gli ho detto – hanno comprato beni in tutto il mondo stampando
dollari e su queste proprietà acquistate in altre nazioni esercitano prerogative
sovrane. Nessuno desidera, ciò nonostante, che il dollaro si svaluti ancora,
poiché quasi tutti i paesi accumulano dollari, ossia banconote, che si svalutano
costantemente a partire dalla decisione unilaterale del Presidente degli Stati
Uniti.
Le attuali riserve in valuta della Cina, del Giappone del sudest asiatico e
della Russia ammontano a tre mila miliardi (3.000.000.000.000) di dollari; sono
cifre astronomiche. Se a queste sommiamo le riserve in dollari dell’Europa e del
resto del mondo, vediamo che equivale ad una montagna di soldi il cui valore
dipende da ciò che fa il governo di un paese.
Greenspan, che fu per oltre 15 anni il Presidente della Riserva Federale,
morirebbe dal panico di fronte ad una situazione come l’attuale. A quanto può
salire l’inflazione negli Stati Uniti? Quanti nuovi impieghi può creare
quest’anno quel paese? Fino a quando funzionerà la sua macchina per stampare
banconote, prima che si produca il collasso della sua economia, oltre ad
utilizzare la guerra per conquistare le risorse naturali di altre nazioni?
Come conseguenza delle dure misure imposte a Versailles alla Germania, sconfitta
nel 1918 e dove s’insediò un governo repubblicano, il marco tedesco si svalutò
in modo tale che ne erano necessari decine di migliaia per comprare un dollaro.
Questa crisi alimentò il nazionalismo tedesco e diede un contributo
straordinario alle assurde idee di Hitler. Questi cercò i colpevoli. Molti dei
più importanti talenti scientifici, scrittori e finanzieri erano d’origine
ebrea. Li perseguitarono. Tra loro, vi era Einstein, autore della teoria che lo
rese famoso per cui l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato
della velocità della luce. Anche Marx, nato in Germania, e molti dei comunisti
russi, erano di quell’origine, professassero o no la religione ebraica.
Hitler non incolpò il sistema capitalista del dramma umano, bensì gli ebrei.
Partendo da rozzi pregiudizi, ciò che realmente voleva era "spazio vitale russo"
per la sua razza superiore germanica, sognando d’edificare un impero millenario.
In base alla Dichiarazione Balfour i britannici decisero nel 1917 di creare,
all’interno del loro impero coloniale, lo Stato d’Israele nel territorio
popolato dai palestinesi, d’altra religione e cultura, che in quelle terre
vissero insieme ad altre etnie, tra cui quella giudaica, per molti secoli prima
della nostra era. Il sionismo divenne popolare tra gli statunitensi, che a
ragione odiavano i nazisti e le cui borse finanziarie erano controllate da
rappresentanti di quel movimento. Quello Stato applica oggi i principi
dell’Apartheid, possiede sofisticate armi nucleari e controlla i più importanti
centri finanziari degli Stati Uniti. Fu utilizzato da questo paese e dai suoi
alleati europei per fornire armi nucleari all’altra Apartheid, quella del
Sudafrica, per usarle contro i combattenti internazionalisti cubani che
lottavano contro i razzisti nel sud dell’Angola, se oltrepassavano la frontiera
con la Namibia.
Immediatamente dopo ho parlato a Lula della politica avventuriera di Bush in
Medio Oriente.
Ho promesso di consegnargli l’articolo che sarebbe stato pubblicato su Granma il
giorno successivo, il 16 gennaio. Avrei firmato di mio pugno quello a lui
destinato. Gli avrei anche consegnato, prima di partire, l’articolo di Paul
Kennedy, uno dei più influenti intellettuali degli Stati Uniti, riguardante
l’interconnessione tra i prezzi degli alimenti ed il petrolio.
"Tu sei un produttore d’alimenti" aggiunsi "ed hai appena trovato importanti
riserve di greggio leggero. Il Brasile possiede 8 milioni 534 mila chilometri
quadrati e dispone del 30 percento delle riserve idriche del mondo. La
popolazione del pianeta ha sempre più bisogno d’alimenti, di cui voi siete
grandi esportatori. Se si dispone di grani ricchi di proteine, oli e carboidrati
– che possono essere frutti, come il seme dell’anacardio, la mandorla, il
pistacchio; radici come l’arachide; la soia, con oltre il 35% di proteine, il
girasole; o cereali, come il grano ed il mais -, è possibile produrre la carne o
il latte che desideri". Non ho indicato gli altri della lunga lista.
A Cuba, ho continuato a spiegare, abbiamo avuto una mucca che stabilì un record
mondiale di latte, un incrocio di un Holstein con un Zebù. Immediatamente Lula
ha esclamato: "Ubre Blanca!". Ne ricordava il nome. Ho aggiunto che giunse a
produrre 110 litri di latte al giorno. Era come una fabbrica, però bisognava
darle oltre 40 chili di foraggio, il massimo che poteva ruminare ed ingerire in
24 ore, una massa dove la farina di soia, una leguminosa molto difficile da
produrre con il suolo ed il clima di Cuba, è il componente fondamentale. Adesso
voi avete le due cose: fornitura sicura di combustibile, materie prime
alimentari ed alimenti elaborati.
Si proclama già la fine di cibi a buon prezzo. Cosa faranno le decine di paesi
con centinaia di milioni d’abitanti che non possiedono né l’uno né l’altro?, gli
dico. Ciò significa che gli Stati Uniti possiedono un’enorme dipendenza esterna,
ma al contempo un’arma. È mettere mano a tutte le loro riserve di terra, ma il
popolo di quel paese non è preparato a questo. Ho proseguito argomentando che
stanno producendo etanolo utilizzando mais e ciò provoca che ritirino dal
mercato una grande quantità di quel grano calorico.
Parlando del tema, Lula mi racconta che i produttori brasiliani stanno già
vendendo il raccolto di mais del 2009. Il Brasile non è così dipendente dal mais
come il Messico o l’America centrale. Penso che negli Stati Uniti la produzione
di combustibile partendo dal mais non sia sostenibile. Ciò conferma, ho
affermato, una realtà correlata all’aumento impetuoso ed incontrollabile dei
prezzi degli alimenti, che colpirà molti popoli.
Viceversa, gli ho detto, tu può contare su un clima favorevole ed una terreno
disgregato; il nostro è argilloso ed a volte duro come il cemento. Quando
vennero i trattori sovietici e quelli degli altri paesi socialisti, si
rompevano, fu necessario comprare degli acciai speciali in Europa per
fabbricarli qui. Nel nostro paese abbondano le terre nere o rosse di tipo
argilloso. Lavorandole con cura, possono produrre per il consumo familiare
quello che i contadini dell’Escambray chiamavano "alto consumo". Ricevevano
dallo Stato delle quote alimentari ed inoltre consumavano i loro prodotti. Il
clima è cambiato a Cuba, Lula.
Per produzioni commerciali di granaglie su grande scala, secondo i bisogni di
una popolazione di quasi 12 milioni di persone, le nostre terre non sono adatte,
ed ai prezzi attuali, il costo in macchinari ed in combustibile, che il paese
importa, sarebbe molto alto.
La nostra stampa informa sulla produzione di petrolio a Matanzas, della
riduzione dei costi e di altri aspetti positivi. Però nessuno segnala che il
loro guadagno in valuta bisogna dividerlo con i soci stranieri che investono
nelle macchine sofisticate e nella teologia necessarie. D’altro canto, non
esiste la manodopera necessaria da utilizzare intensivamente nella produzione di
granaglie, come fanno i vietnamiti ed i cinesi, coltivando pianta per pianta il
riso ed estraendo a volte due, e perfino tre, raccolti. Si deve alla posizione
ed alla tradizione storica della terra e dei suoi abitanti. Non sono passati per
la meccanizzazione su grande scala con moderne trebbiatrici. Com’era logico, a
Cuba i tagliatori di canna da zucchero ed i lavoratori delle piantagioni di
caffé delle montagne hanno abbandonato i campi da molto tempo; anche un gran
numero di operai edili, alcuni con le stesse origini, hanno abbandonato le
brigate e si sono trasformati in lavoratori in proprio. Il popolo sa quanto
costa riparare un’abitazione. È l’equivalente per il materiale, sommato
all’elevato costo del servizio così prestato. Il primo ha una soluzione, il
secondo non si risolve – come crede qualcuno – lanciando pesos per la strada,
senza la loro contropartita in valuta convertibile, che ormai non saranno
dollari, ma euro o yuan sempre più cari; se tutti insieme riusciamo a salvare
l’economia internazionale e la pace.
Intanto, stiamo creando e dovremo continuare a creare riserve alimentari e di
combustibile. In caso di un attacco militare diretto, la forza del lavoro
manuale diretto si moltiplicherebbe.
Nel breve tempo che sono stato con Lula, due ore e mezza, avrei desiderato
sintetizzare in alcuni minuti i quasi 28 anni trascorsi, non da quando visitò la
prima volta Cuba, ma da quando lo conobbi in Nicaragua. Adesso è il leader di un
immenso paese, sebbene la sua fortuna dipenda da molti aspetti che sono comuni a
tutti i popoli che abitano questo pianeta.
Gli ho chiesto permesso per parlare della nostra conversazione in libertà ed al
tempo stesso con prudenza.
Quando si trova davanti a me, sorridente ed amichevole, e lo sento parlare con
orgoglio del suo paese, delle cose che sta facendo e si propone di fare, penso
al suo istinto politico. Avevo finito di controllare velocemente un rapporto di
cento pagine sul Brasile e sullo sviluppo dei rapporti tra i nostri due paesi.
Era l’uomo che avevo conosciuto nella capitale sandinista di Managua e che si
era così legato alla nostra Rivoluzione. Non gli ho parlato, né gli avrei
parlato di qualcosa che potesse risultare un’ingerenza nel processo politico
brasiliano, però lui stesso, tra le prime cose, mi ha detto: "Ti ricordi, Fidel,
quando parlavamo del Forum di San Paolo e mi hai detto che era necessaria
l’unità della sinistra latinoamericana per garantire il nostro progresso? Stiamo
già avanzando in quella direzione."
D’immediato mi parla con orgoglio di ciò che è oggi il Brasile e delle sue
grandi possibilità, considerando i suoi progressi nella scienza, nella
tecnologia nell’industria meccanica, energetica ed altre, insieme al suo enorme
potenziale agricolo. Naturalmente, inserisce l’alto livello delle relazioni
internazionali del Brasile, descrivendole con entusiasmo, e di quelle che è
disposto ad incrementare con Cuba. Parla con veemenza dell’opera sociale del
Partito dei Lavoratori, appoggiata oggi da tutti i Partiti della sinistra
brasiliana, lontani da una maggioranza parlamentare.
Senza dubbio era una parte delle cose analizzate anni fa nei nostri colloqui.
Già allora il tempo trascorreva velocemente, ma adesso ogni anno si moltiplica
per dieci, ad un ritmo difficile da seguire.
Desideravo parlargli anche di questo e di molte altre cose. Non si sa chi dei
due avesse più bisogno di trasmettere idee. Da parte mia, ho pensato che se ne
sarebbe andato il giorno dopo e non la stessa notte, secondo un piano di volo
programmato prima di vederci. Erano circa le cinque del pomeriggio. È
incominciata una specie di gara sull’utilizzo del tempo. Lula, astuto e rapido,
si è preso la rivincita riunendosi con la stampa, ed in modo picaresco e sempre
sorridente, come si può apprezzare nelle foto, ha detto ai giornalisti di aver
parlato solo mezz’ora, mentre Fidel due. È naturale che io, avvalendomi del
diritto d’anzianità, ho utilizzato più tempo di lui. Bisogna togliere quello per
le foto reciproche, visto che ho chiesto in prestito una macchina fotografica e
mi sono trasformato in reporter, e lui ha fatto lo stesso.
Ho qui 103 pagine di dispacci d’agenzia che parlano di ciò che Lula ha detto
alla stampa, le foto che gli hanno fatto e le rassicurazioni sulla salute di
Fidel. Non ha lasciato realmente spazio giornalistico alla riflessione
pubblicata il 16 gennaio, che ho terminato d’elaborare il giorno precedente alla
sua visita. Ha occupato tutto lo spazio, equivalente al suo enorme territorio,
confrontato con la minuscola superficie di Cuba.
Ho detto al mio interlocutore quanto ero soddisfatto della sua decisione di
visitare Cuba, sebbene non avesse la sicurezza di incontrarmi. Quando l’ho
saputo, ho deciso di sacrificare gli esercizi, la riabilitazione ed il recupero
funzionale, per dedicarmi a lui e conversare a fondo.
In quel momento, anche se sapevo già che se ne sarebbe andato quello stesso
giorno, non conoscevo l’urgenza della sua partenza. Evidentemente, lo stato di
salute del vicepresidente brasiliano, secondo le sue stesse dichiarazioni, l’ha
spinto a partire per giungere a Brasilia quasi all’alba del giorno dopo, in
piena primavera. Un’altra lunga giornata di fatica per il nostro amico.
Un fortissimo e sostenuto acquazzone è caduto sulla residenza di Lula mentre
aspettava le foto ed altri due materiali con delle mie note. Quella notte è
partito sotto la pioggia verso l’aeroporto. Se avesse visto ciò che era stato
pubblicato sul Granma in prima pagina: "2007, il terzo più piovoso in 100 anni",
l’avrebbe aiutato a capire ciò che avevo affermato sul cambio climatico.
Dunque, è già cominciato a Cuba il raccolto cella canna da zucchero ed il
cosiddetto periodo secco. La rendita dello zucchero non oltrepassa il nove
percento. Quanto costerà produrre zucchero per esportarlo a dieci centesimi la
libbra, se il potere d’acquisto di un centesimo è quasi cinquanta volte meno del
Primo Gennaio 1959, quando trionfò la Rivoluzione? Ridurre i costi di questi od
d’altri prodotti per rispettare i nostri impegni, soddisfare il nostro consumo,
creare riserve e sviluppare altre produzioni, è un gran merito, ma non per
quello bisogna sognarsi che le soluzioni dei nostri problemi siano facili e si
trovino dietro l’angolo.
Abbiamo parlato, tra i numerosi temi, dell’insediamento del nuovo presidente del
Guatemala, Álvaro Colom. Gli ho raccontato che ho visto l’atto senza perdermi un
dettaglio e degli impegni sociali del Presidente recentemente eletto.
Lula ha commentato che ciò che oggi si può vedere in America Latina, nacque nel
1990, quando decidemmo di creare il Forum di San Paolo: "Prendemmo una decisione
qui, durante una conversazione. Avevo perso le elezioni e tu sei venuto a
pranzare a casa mia a San Bernardo."
Stava appena iniziando la mia conversazione con Lula ed ho ancora molte cose da
raccontare ed idee da esporre, forse di una certa utilità.
Fidel castro Ruz
23 gennaio 2008
RIFLESSIONI DEL COMANDANTE IN CAPO
LULA
(Terza Parte)
Quando si verificò la disintegrazione dell’Unione Sovietica, che per noi fu come
se smettesse di sorgere il sole, la Rivoluzione Cubana ricevette un colpo
demolitore. Non si tradusse solo nella chiusura totale dei rifornimenti di
combustibile, materiali ed alimenti; perdemmo i mercati ed i prezzi raggiunti
dai nostri prodotti nella dura lotta per la sovranità, l’integrazione ed i
principi. L’impero ed i traditori, colmi d’odio, affilavano i coltelli con cui
pensavano di trafiggere i rivoluzionari e recuperare le ricchezze del paese.
Il Prodotto Interno Lordo iniziò a precipitare progressivamente fino al 35 per
cento. Quale paese avrebbe potuto resistere ad un colpo tanto terribile? Non
difendiamo le nostre vite; difendiamo i nostri diritti.
Molti partiti ed organizzazioni di sinistra si persero d’animo di fronte al
collasso dell’URSS, dopo il suo titanico sforzo per costruire il socialismo,
durato oltre 70 anni.
Le critiche dei reazionari da tutte le tribune ed i mezzi di divulgazione erano
feroci. Non sommammo le nostre al coro dei difensori del capitalismo facendo
legna dell’albero caduto. A Cuba non fu demolita nessuna statua dei creatori o
degli alfieri del marxismo. Non cambiò nome nessuna scuola o fabbrica. E
decidemmo di proseguire con inalterabile fermezza. Così l’avevamo promesso in
tante ipotetiche ed incredibili circostanze.
Nel nostro paese non è mai stato praticato il culto della personalità, proibito
per nostra stessa scelta fin dai primi giorni del trionfo. Nella storia dei
popoli, i fattori soggettivi hanno fatto avanzare o retrocedere le situazioni,
indipendentemente dai meriti dei leader.
Ho parlato con Lula del Che, facendogli una breve sintesi della sua storia. Lui
discuteva con Carlos Rafael Rodríguez sul sistema dell’autofinanziamento o sul
metodo di bilancio, a cui davamo molta importanza, occupati allora nella lotta
contro il blocco nordamericano, i piani d’aggressione e la crisi nucleare
dell’ottobre del 1962, un vero problema di sopravvivenza.
Il Che studiò i bilanci delle grandi compagnie yankee, i cui funzionari
amministrativi vivevano a Cuba, non i loro proprietari. Ne dedusse una chiara
idea del modo d’agire imperialista e di ciò che occorreva nella nostra società,
arricchendo le sue concezioni marxiste e giungendo alla conclusione che a Cuba
non si potevano usare gli stessi metodi per costruire il socialismo. Non si
trattava però di una guerra d’insulti; erano onesti scambi d’opinione,
pubblicati su una piccola rivista, senza alcuna intenzione di creare scissioni o
divisioni tra di noi.
Ciò che in seguito accadde in URSS, credo non avrebbe sorpreso il Che. Nel
periodo in cui ebbe incarichi importanti ed esercitò funzioni, fu sempre attento
e rispettoso. Il suo linguaggio s’indurì quando si scontrò con l’orribile realtà
umana imposta dall’imperialismo, osservata nell’antica colonia belga del Congo.
Uomo abnegato, studioso e profondo, morì in Bolivia insieme ad un pugno di
combattenti cubani e di altri paesi latinoamericani, lottando per la liberazione
della Nostra America. Non giunse a conoscere il mondo attuale, a cui
s’aggiungono problemi che allora s’ignoravano.
Tu non l’hai conosciuto, gli ho detto. Era sistematico nel lavoro volontario,
nello studio e nella condotta: modesto, disinteressato, dava l’esempio nelle
fabbriche ed in combattimento.
Penso che nella costruzione del socialismo, più ricevono i privilegiati, meno
riceveranno i più bisognosi.
Ripeto a Lula che il tempo misurato in anni trascorre ora velocemente; ogni anno
si moltiplica. Si può dire quasi lo stesso per i giorni. Si pubblicano
costantemente nuove notizie, riguardanti situazioni previste nel nostro incontro
del giorno 15.
Proseguendo con gli argomenti economici, gli ho spiegato che nel 1959, al
momento del trionfo della Rivoluzione, gli Stati Uniti pagavano al prezzo
preferenziale di 5 centesimi la libbra una parte importante della nostra
produzione saccarifera, da quasi un secolo inviata al mercato tradizionale di
quel paese, che fu sempre approvvigionato nei suoi momenti critici da un
rifornitore sicuro molto vicino alle sue coste. Quando proclamammo la legge di
Riforma Agraria, Eisenhower decise ciò che doveva fare, e non si era ancora
arrivati alla nazionalizzazione delle sue fabbriche di zucchero – che sarebbe
stata prematura – e nemmeno era stata applicata ai suoi grandi latifondi la
recente legge agraria, approvata nel maggio del 1959. In base a quella
precipitosa decisione, nel dicembre del 1960 la nostra quota di zucchero fu
soppressa e successivamente, come castigo, ridistribuita tra altri produttori di
questa o altre regioni del mondo. Il nostro paese rimase bloccato ed isolato.
Il peggio fu la mancanza di scrupoli ed i metodi che l’impero esibì per imporre
il proprio dominio sul mondo. Introdussero nel paese dei virus e distrussero le
migliori canne da zucchero; attaccarono il caffé, la patata ed anche i suini. La
Barbados-4362 era una delle nostre migliori varietà di canna da zucchero:
maturazione rapida, resa in zucchero che a volte raggiungeva il 13 o il 14 per
cento; in piante di 15 mesi, il peso per ettaro poteva sorpassare le 200
tonnellate. Gli yankee annientarono le migliori, infestandole. Ancora più grave:
introdussero il virus del dengue emorragico, che colpì 344 mila persone e costò
la vita a 101 bambini. Se sono stati usati altri virus non lo sappiamo – forse
per il timore della loro vicinanza con Cuba.
Quando, per queste cause, non potemmo effettuare le spedizioni di zucchero
concordate con l’URSS, questi non smisero d’inviarci le merci che avevamo
stabilito. Ricordo che negoziai con i sovietici ogni centesimo del prezzo dello
zucchero; scoprì nella pratica ciò che solamente conoscevo in teoria: lo scambio
disuguale. Garantivano un prezzo superiore a quello presente sul mercato
mondiale. Gli accordi erano programmati sui cinque anni; se all’inizio del
quinquennio stavi inviando una certo numero di tonnellate di zucchero per pagare
le merci, al termine dello stesso il valore dei loro prodotti al prezzo
internazionale era un 20 per cento maggiore. Nelle negoziazioni, furono sempre
generosi: una volta il prezzo sul mercato raggiunse per una congiuntura
internazionale i 19 centesimi, noi ci afferrammo a quel prezzo e loro
l’accettarono. Questo servì successivamente come base per l’applicazione del
principio socialista che i paesi maggiormente sviluppati economicamente dovevano
sostenere quelli meno sviluppati nella costruzione del socialismo.
Alla domanda di Lula su quanto era il potere d’acquisto di 5 centesimi, gli
spiego che con una tonnellata di zucchero si compravano allora 7 tonnellate di
petrolio; oggi, al prezzo di riferimento del petrolio leggero, 100 dollari, si
compra un solo barile. Lo zucchero che esportiamo, ai prezzi attuali, basterebbe
solo per acquistare il combustibile importato consumabile in 20 giorni.
Bisognerebbe spendere per acquistarlo circa 4 miliardi di dollari all’anno.
Gli Stati Uniti forniscono sussidi alla loro agricoltura per decine di miliardi
all’anno. Perché non lasciano entrare liberamente negli Stati Uniti l’etanolo
che voi producete? Lo sovvenzionano in modo brutale, carpendo ogni anno al
Brasile entrate per miliardi di dollari. Lo stesso fanno i paesi ricchi, con le
loro produzioni di zucchero, oli e grani per produrre etanolo.
Lula analizza dei dati di grande interesse riguardanti le produzioni agricole
brasiliane. Mi comunica che ha nelle sue mani uno studio effettuato dalla stampa
brasiliana in cui si mostra che fino al 2015 la produzione mondiale di soia
crescerà del 2 per cento all’anno; ossia, significa che bisognerà produrre 189
milioni di tonnellate di soia in più di quelle che si producono oggi. La
produzione di soia del Brasile dovrà crescere ad un ritmo del 7 per cento
annuale per poter soddisfare le necessità mondiali.
Qual è il problema? Molti paesi ormai non possiedono più terre dove seminare.
L’India, ad esempio, non possiede più terra libera; la Cina possiede molto poco
terreno disponibile e nemmeno gli Stati Uniti ne hanno per ulteriori produzioni
di soia.
Ho aggiunto alla sua spiegazione che in molti paesi latinoamericani ci sono
milioni di cittadini con salari da fame, producendo caffé, cacao, vegetali,
frutta, materie prime e merci a basso prezzo per rifornire la società
statunitense, che ormai non risparmia e consuma più di ciò che produce.
Lula spiega che hanno installato in Ghana un ufficio di ricerca della EMBRAPA –
l’Impresa Brasiliana per la Ricerca Agricola e Zootecnica – ed aggiunge che in
febbraio ne inaugureranno uno anche a Caracas.
Trent’anni fa, Fidel, quella regione di Brasilia, Mato Grosso, Goiás, si
considerava una parte del Brasile che non possedeva nulla, era uguale alla
savana africana; in 30 anni si è trasformata nella regione con la maggiore
produzione di grano di tutto il Brasile e penso che l’Africa abbia una parte
molto somigliante a questa regione del nostro paese; perciò abbiamo installato
l’ufficio di ricerca lì in Ghana e desideriamo creare una società anche con
l’Angola.
Il Brasile, mi ha detto, possiede una situazione privilegiata. Abbiamo 850
milioni d’ettari di terra; di questi, 360 milioni sono in Amazzonia; 400 milioni
di buone terre per l’agricoltura e la canna da zucchero occupa solamente l’uno
per cento.
Il Brasile, gli commento, è d’altra parte il maggior esportatore di caffé del
mondo. Al Brasile pagano per questo prodotto lo stesso che valeva una tonnellata
nel 1959: circa 2, 500 dollari attuali. Se allora in quel paese un tazza valeva
10 centesimi, oggi per un profumato espresso all’italiana si pagano 5 dollari o
più. Negli Stati Uniti questo è PIL.
In Africa non possono fare ciò che fa il Brasile.
Gran parte dell’Africa è coperta da deserti ed aeree tropicali e subtropicali,
dove è difficile produrre soia e grano. Abbondano le produzione di granaglie
solamente nella zona del Mediterraneo, al nord – dove cadono alcune centinaia di
millimetri all’anno o dove irrigano con le acque del Nilo -, negli altipiani o
al sud, dove se ne appropriarono quelli dell’Apartheid.
I pesci delle loro fredde acque, che bagnano soprattutto la costa occidentale,
alimentano i paesi sviluppati che spazzano via con le reti a strascico gli
esemplari grandi o piccoli delle specie che s’alimentano con il plancton delle
correnti provenienti dal Polo Sud.
L’Africa, quasi 4 volte la superficie del Brasile (30,27 milioni di chilometri
quadrati) e 4,3 volte la popolazione del Brasile (911 milioni d’abitanti), è
molto lontana da produrre le eccedenze alimentari del Brasile e la sua
infrastruttura è da costruire.
I virus ed i batteri che colpiscono la patata, gli agrumi, la banana, il
pomodoro, gli allevamenti in generale, la febbre suona, aviaria, aftosa, la
malattia della mucca pazza ed altre che colpiscono in generale gli allevamenti
mondiali, abbondano in Africa.
Ho parlato a Lula della Battaglia d’Idee che stiamo conducendo. Giungono sempre
nuove notizie che evidenziano la necessità di questa lotta costante. I peggiori
organi di stampa dei nemici ideologici si dedicano a divulgare nel mondo le
opinioni di alcuni vermiciattoli che nel nostro eroico e generoso paese nemmeno
desiderano sentire la parola socialismo. Il 20 gennaio, cinque giorni dopo la
visita, uno di questi organi pubblicò quella di giovincello che grazie alla
Rivoluzione ha raggiunto un buon livello educativo, sanitario e lavorativo: "Non
voglio sapere di nessun socialismo", e spiega la ragione della sua collera:
"molta gente impegnava anche l’anima per pochi dollari. Al nuovo che verrà per
questo paese, sia quello che sia, gli diano un altro nome", manifesta. Un
lupetto mascherato da nonnina.
Lo stesso corrispondente continua contento, affermando: "La propaganda
ufficiale, convocando i cubani alle urne, cita più volte la Rivoluzione del
socialismo. Intanto Cuba ormai non è più un paese sotto una campana di vetro,
come lo è stato fino agli anni 80. Lo sguardo insulare sta transitando verso una
visuale globale ed il paese, soprattutto nella capitale, sta vivendo una
mutazione accelerata verso la modernità. Uno degli effetti è che si stanno
rompendo le cuciture del socialismo importato decenni indietro."
Si tratta dell’appello volgare del capitalismo imperiale all’egoismo
individuale, predicato quasi 240 anni fa da Adam Smith come la causa delle
ricchezze delle nazioni; ossia, mettere tutto nella mani del mercato. Questo
produrrebbe ricchezze senza limiti in un mondo idilliaco.
Penso all’Africa ed al suo quasi miliardo d’abitanti, vittime dei principi di
questa economia. Le malattie, che volano alla velocità degli aerei, si propagano
al ritmo dell’AIDS, ed altre vecchie e nuove malattie colpiscono la sua
popolazione e le sue coltivazioni, senza che nessuna delle antiche potenze
coloniali sia realmente capace di inviare medici e scienziati.
Di questi temi ho parlato con Lula.
Fidel Castro Ruz
26 gennaio 2008
RIFLESSIONI DEL COMANDANTE IN CAPO
LULA
(Quarta ed ultima parte)
Non voglio abusare della pazienza dei lettori, né dell’eccezionale opportunità
offertami da Lula per scambiare delle idee durante il nostro incontro. Perciò
affermo che è la quarta ed ultima riguardante la sua visita.
Parlando del Venezuela, mi ha detto: pensiamo di cooperare con il Presidente
Chávez. Ci siamo messi d’accordo. Mi recherò due volte all’anno a Caracas e lui
verrà due volte in Brasile per non permettere divergenze tra noi e, se ci
fossero, poterle risolverle al momento. Il Venezuela non ha bisogno di soldi –
mi dice – poiché possiede molte risorse, ma di tempo ed infrastrutture.
Gli ho riferito che ero molto contento della sua posizione nei confronti di quel
paese, poiché siamo grati a quel popolo fraterno per gli Accordi sottoscritti,
che ci garantiscono una fornitura regolare di combustibile.
Non posso dimenticare che, a causa del colpo di Stato dell’aprile del 2002,
l’ordine nei confronti del nostro paese di coloro che assaltarono il potere, fu:
"nemmeno più una goccia di petrolio per Cuba". Ci siamo trasformati in un
ulteriore motivo del tentativo dell’imperialismo di far saltare l’economia
venezuelana, sebbene di fatto era ciò che si proponevano di realizzare dal
momento in cui Chávez prestò come Presidente il giuramento sulla moribonda
Costituzione della IV Repubblica, che più tardi, in maniera legale e
democratica, trasformò nella V Repubblica.
Quando il prezzo del petrolio aumentò bruscamente e sorsero delle reali
difficoltà per acquistarlo, Chávez non solo mantenne la fornitura, ma
addirittura l’aumentò. Dopo gli Accordi dell’ALBA, firmati all’Avana il 14
dicembre 2004, questo prosegue con condizioni onorevoli e favorevoli per
entrambi i paesi. Lavorano lì quasi 40 mila abnegati specialisti cubani, in
maggioranza medici, che con il loro sapere ed in particolare con il loro esempio
internazionalista, stanno contribuendo nella formazione degli stessi
venezuelani, che li sostituiranno.
Gli ho spiegato che Cuba intrattiene rapporti d’amicizia con tutti i paesi
dell’America Latina e dei Caraibi, siano di sinistra o di destra. Da tempo
abbiamo adottato questa linea e non la cambieremo; siamo disposti a sostenere
qualsiasi passo a favore della pace tra i popoli. È un terreno spinoso e
difficile, ma proseguiremo su questo cammino.
Lula mi esprime nuovamente il suo rispetto ed il suo affetto profondo nei
confronti di Cuba e dei suoi dirigenti. Immediatamente aggiunge che sente
orgoglio per ciò che sta succedendo in America Latina ed ancora una volta
afferma che qui all’Avana decidemmo di creare il Forum di San Paolo e d’unire
l’intera sinistra latinoamericana, e questa sinistra sta giungendo al potere in
quasi tutti i paesi.
Nell’occasione gli ho ricordato ciò che c’insegnò Martí riguardo alle glorie di
questo mondo che possono entrare tutte in un grano di mais. Lula aggiunge: "Dico
a tutti che nelle conversazioni avute con Lei, non mi ha mai dato un solo
consiglio che potesse essere in contrasto con la legalità; mi ha sempre chiesto
di non farmi molti nemici contemporaneamente. E questo è ciò che sta permettendo
che le cose proseguano.
Subito dopo, riferisce che il Brasile, un paese grande e con risorse, deve
aiutare l’Ecuador, la Bolivia, l’Uruguay ed il Paraguay.
Siamo stati in America Centrale. Mai prima d’ora un Presidente brasiliano aveva
visitato un paese di quell’area con dei progetti di cooperazione.
Gli domando: "Ti ricordi, Lula, ciò che ti dissi durante la cena familiare ed
informale da te offerta alla nostra delegazione il giorno successivo al tuo
insediamento, nel gennaio del 2003? Nessuno dei figli del stragrande maggioranza
dei poveri che ti ha votato sarà mai un dirigente delle grandi imprese statali
del Brasile; gli studi universitari qui sono troppo cari!
Al rispetto, Lula spiega: "Stiamo realizzando 214 scuole tecniche,
professionali; stiamo creando inoltre 13 nuove Università federali e 48 sedi
universitarie distaccate.
Gli domando: "Per questo non si paga nulla, vero?" Mi risponde subito: "Abbiamo
creato un programma e già abbiamo sistemato 460 mila giovani delle periferie,
poveri, delle scuole pubbliche, affinché possano frequentare i corsi
universitari. La destra mi accusava di voler abbassare il livello
dell’insegnamento; due anni dopo sono stati analizzati 14 corsi: gli studenti
migliori erano i poveri delle periferie. Stiamo creando un altro programma con
una media di 18 studenti; questo permetterà d’avere 250 mila giovani nel livello
d’istruzione universitario.
Mi riferisce che il Brasile ha più rapporti commerciali con l’America Latina che
con gli Stati Uniti. Ho proseguito spiegandogli che se stabiliremo delle forti
relazioni tra i due paesi, non solo come amici, ma anche come partner in settori
importanti, avevo bisogno di conoscere il pensiero dei leader brasiliani, dato
che ci saremmo associati in aree strategiche e noi dobbiamo come regola
adempiere ai nostri impegni economici.
Abbiamo parlato d’altri importanti problemi, dei punti in cui coincidiamo o
meno, con il maggior tatto possibile.
Gli ho parlato delle varie regioni, compresi i Caraibi, e delle forme di
cooperazione che abbiamo svolto.
Lula mi ha riferito che il Brasile dovrebbe avere una politica più attiva nella
cooperazione con i paesi più poveri. È il paese più ricco delle regione ed ha
nuove responsabilità.
Gli ho parlato, logicamente, del cambio climatico e della scarsa attenzione che
prestano al tema numerosi dirigenti dei paesi industrializzati.
Quando ho parlato con lui la sera del 15 gennaio, non gli ho potuto menzionare
l’articolo pubblicato solo tre giorni dopo, scritto a Toronto da Stephen Leahy.
Ci fornisce delle notizie sul nuovo libro di Lester Brown intitolato Mobilitarsi
per salvare la civiltà.
"La crisi è estremamente seria e urgente e richiede una mobilizzazione delle
nazioni simile a quella realizzata durante la Seconda Guerra Mondiale
(1939-1945)" – argomenta l’autore, Lester Brown, Presidente del Centro Studi
dell’Istituto per le Politiche della Terra,con sede a Washington.
"Il cambio climatico avviene molto più velocemente di quanto previsto dagli
scienziati ed il pianeta soffrirà inevitabilmente un aumento della temperatura
d’almeno due gradi", riferisce Brown alla IPS, "collocandoci decisamente in una
zona di pericolo."
"Nessuno dei candidati alle elezioni degli Stati Uniti" – previste per il primo
martedì di novembre – prospetta l’urgenza del problema del cambio climatico."
"Le emissioni di gas serra, parzialmente responsabili del riscaldamento globale,
devono ridursi dell’80 per cento entro il 2020."
Come informa l’agenzia di stampa, si tratta di una meta molto più ambiziosa di
quella prospettata dalla Commissione Intergovernativa sul Cambio Climatico
(IPCC), premio Nobel per la Pace nel 2007 insieme all’ex vicepresidente
statunitense Al Gore, che ha raccomandato un taglio tra il 25 ed il 40 per cento
rispetto ai livelli del 1990.
Brown stima che i dati utilizzati dal IPCC non siano aggiornati e che siano già
di due anni fa. Aggiunge che studi più recenti indicano che il cambio climatico
si sta accelerando.
Sebbene confida che il IPCC modificherà questa raccomandazione, ha segnalato che
sarà diffusa tra cinque o sei anni. "Troppo tardi, dobbiamo già agire", ha
assicurato Brown.
Il Piano B 3.0 di Brown raccomanda delle misure per arrivare all’80 per cento
della riduzione dell’emissioni, basandosi con forza sull’uso efficiente
dell’energia, sulle fonti rinnovabili e sull’espansione dello "scudo" degli
alberi del pianeta.
"L’energia eolica può coprire il 40 per cento della domanda mondiale con
l’installazione di 1,5 milioni di nuove turbine da due megawatt. Sebbene il
numero possa sembrare elevato, nel mondo si producono ogni anno 65 milioni
d’automobili. Un’illuminazione più efficiente può ridurre l’uso mondiale
d’elettricità del 12 per cento.
"Negli Stati Uniti, gli edifici commerciali e residenziali sono responsabili del
40 per cento delle emissioni di carbonio. Il passo successivo deve puntare a
generare elettricità in modo non contaminante per riscaldare, climatizzare ed
illuminare le abitazioni.
"L’impiego di biocombustibili, prodotti impiegando granaglie come il mais e la
soia, spinge al rialzo dei prezzi di questi alimenti e può provocare una
disastrosa scarsità di cibo per i poveri del mondo.
"L’aumento annuale di 70 milioni di persone nella popolazione mondiale si
concentra nelle nazioni dove le riserve d’acqua si stanno esaurendo ed i pozzi
si seccano, le aree boscose si riducono, i terreni si degradano ed i campi
destinati al pascolo si trasformano in deserti.
"Anno dopo anno aumenta il numero di "Stati intransitabili", che costituisce un
segnale d’allarme del declino di una civiltà", ha commentato Brown.
" Alla lista dei problemi va aggiunto l’aumento del prezzo del petrolio. I paesi
ricchi ne avranno quanto vorranno, mentre i poveri dovranno ridurne il consumo.
"La crescita della popolazione e della povertà richiedono una speciale
attenzione da parte del mondo sviluppato.
"Il tempo è la nostra risorsa più scarsa", ha concluso il prestigioso
scienziato.
Non si può esprimere con maggiore chiarezza un pericolo che grava sull’umanità.
Non è però l’unica notizia pubblicata dopo la mia riunione con Lula. Appena due
giorni fa, lanciando un anatema e facendo a pezzi il discorso di Bush al
Congresso, il New York Times, nel suo editoriale ha espresso in una riga
quest’idea: "Pericoli orripilanti attendono il mondo civilizzato"
La Cina, un paese la cui superficie è 87 volte quella della nostra isola ed in
cui vivono 117 volte gli abitanti di Cuba, è appena stata investita da una
inusuale ondata di freddo che ha colpito Shanghai, l’area di maggior sviluppo,
ed il resto della zona meridionale e centrale di quel grande paese. Le autorità
informano dell’emergenza, che i dispacci dell’agenzie internazionali
dell’Occidente – AFP, AP, EFE, DPA, ANSA ed altre – trasmettono: "Le forti
nevicate hanno obbligato a chiudere le centrali termiche ed a ridurre la metà
delle riserve di carbone, la principale fonte d’energia del paese, creando una
grave crisi energetica."
"… nella zona più colpita, un sette per cento dell’energia totale, hanno fermato
le loro operazioni, ha sottolineato la Commissione dell’Energia.
"…90 centrali, che producono un ulteriore 10 per cento d’elettricità d’origine
termica, potrebbero chiudere nei prossimi giorni se non migliora la situazione…
"Le riserve di carbone si sono ridotte a meno della metà, avvertono le autorità…
"Il principale problema è il trasporto. Oltre la metà dei treni sono utilizzati
per trasportare il carbone, perciò la paralisi della rete ha provocato molti
problemi, ha segnalato Wang Zheming, esperto della Commissione Statale di
Sicurezza.
"Wang ha ricordato che il trasporto del carbone affronta in questi giorni la
concorrenza di quello passeggeri, dato che per le feste vi è un esodo
ferroviario di quasi 180 milioni di persone in un solo mese.
"È difficile per la Cina utilizzare un’altra fonte energetica. L’ideale sarebbe
il gas naturale, però i depositi non sono ancora sufficienti, ha commentato
l’esperto."
Bisogna inoltre considerare che la conca dello Yangtzé ed altre zone del centro
e del sud del paese hanno sofferto in questi mesi la peggiore siccità degli
ultimi cinquant’anni, fatto che ha colpito la produzione idroelettrica.
Secondo l’Associazione Cinese di Meteorologia "la neve continuerà a cadere con
forza nei prossimi tre giorni".
"L’intero paese si è mobilitato per risolvere l’emergenza. Nella città di
Nanjing, 250 mila persone sono state destinate alla rimozione della neve dalle
strade."
Le note d’agenzia parlano di "460 mila soldati dell’Esercito Popolare di
Liberazione mobilitati nelle province cinesi per aiutare milioni di persone
all’intemperie, colpite dal peggiore freddo degli ultimi tempi, e di un milione
d’agenti impegnati per aiutare a ristabilire il traffico ed i servizi.
"Il Ministro della Sanità ha inviato 15.000 medici per assistere i sinistrati.
"Il primo ministro Wen Jiabao si è rivolto nella città di Canton ad una
moltitudine di passeggeri i cui treni erano rimasti bloccati.
"Si calcola che sono state colpite oltre 80 milioni di persone. Si stanno
analizzando i danni provocati all’agricoltura ed alla produzione alimentare."
La BBC World riferisce: "Il governo cinese ha informato che una forte siccità ha
provocato che il livello dell’acqua di una parte del fiume più grande del paese,
lo Yangtzé, scendesse al valore più basso da quando sono iniziate le sue
rilevazioni, 142 anni fa.
"Nella città portuale di Hankou, nel centro del paese, i livelli dell’acqua
all’inizio di gennaio sono scesi a 13,98 m., come non si registrava dal 1866",
ha indicato citando fonti locali.
In Vietnam l’ondata di freddo s’avvicinava con temperature insolitamente basse.
Tali notizie danno l’idea di ciò che può significare il cambio climatico che
tanto preoccupa gli scienziati. In entrambi gli esempi che ho citato si tratta
di paesi rivoluzionari, perfettamente organizzati, con una grande forza
economica ed umana, dove tutte le risorse sono messe immediatamente al servizio
del popolo. Non si tratta di masse affamate abbandonate alla loro sorte.
D’altra parte, un dispaccio dell’agenzia Reuters del 29 gennaio, informa che "la
Francia prevede di modificare la sua politica sul consumo di biocombustibili, a
causa dei dubbi sull’impatto ambientale dei cosiddetti "combustibili verdi", ha
informato martedì la Segretaria di Stato all’Ambiente.
"La Francia si è trasformata in uno dei maggiori produttori di biocombustibili
europei, dopo avere stabilito una politica ambigua che anticipa di due anni
l’obbiettivo dell’Unione Europea di miscelare i biocombustibili con i
combustibili standard.
"Per raggiungere i suoi obbiettivi nella miscela dei combustibili… la Francia ha
stabilito un sistema di quote che si beneficiano della riduzione dei dazi, con
l’intenzione di renderli competitivi nei confronti dei combustibili standard.
"La politica ha incoraggiato molte compagnie ad investire nel settore,
costruendo stabilimenti d’etanolo e biodiesel in tutto il paese."
Tutto ciò che ho appena terminato d’esporre, che sebbene previsto
concettualmente costituisce una somma d’elementi nuovi, appena accaduti, in tali
circostanze comporteranno sicuramente per il Brasile, fortunatamente non colpito
in questo periodo da grandi calamità climatiche, dei passi importanti nella sua
politica commerciale e degli investimenti. Immediatamente, la suo importanza in
campo internazionale aumenta.
È evidente che un numero di fattori complica la situazione del pianeta. Se ne
possono indicare diversi:
Crescita del consumo del petrolio, un prodotto non rinnovabile e contaminante,
per lo spreco delle società consumistiche.
Scarsità di generi alimentari per varie cause, tra cui la crescita esponenziale
della popolazione umana e degli animali, trasformando direttamente le granaglie
in proteine con una domanda in crescita.
Eccessivo sfruttamento dei mari e contaminazione delle loro specie, causati dai
rifiuti chimici dell’industria, incompatibili con la vita.
La macabra idea di trasformare gli alimenti in combustibile per l’ozio ed il
lusso.
Incapacità del sistema economico dominante dell’uso razionale ed efficiente
della scienza e della tecnica nella lotta contro flagelli e malattie che
aggrediscono la vita umana, gli animali e le coltivazioni che la sostengono. La
biotecnologia trasforma i geni e le multinazionali creano ed impiegano i suoi
prodotti, massimizzando il profitto attraverso la pubblicità, senza sicurezza
per coloro che li consumano, né possibilità d’accedervi per chi ne ha bisogno.
Tra questi prodotti, le nuovissime molecole nanotecnologiche – il termine è
relativamente nuovo – che si sviluppano disordinatamente utilizzando la stessa
via.
La necessità di pianificazioni razionali della crescita familiare e sociale nel
suo insieme prive di pretese egemoniche e di potere.
L’assenza quasi totale d’educazione, anche nelle nazioni con i più alti livelli
di scolarità, riguardo a temi decisivi per la vita.
I rischi reali derivati dalle armi di sterminio di massa in mano ad
irresponsabili, fatto che il già citato New York Times, uno degli organi di
stampa più influenti degli Stati Uniti, ha qualificato come pericoli
orripilanti.
Esistono i rimedi per questi pericoli? Sì: conoscerli e farsene carico. ¿ Come?
Sarebbero riposte puramente teoriche. Se le pongano da soli gli stessi lettori,
specialmente i più e le più giovani, come si dice ultimamente per non sembrare
discriminanti nei confronti delle donne. Non aspettate ad essere prima dei Capi
di Stato.
Avevo o no dei temi di conversazione con Lula? Era impossibile raccontargli
tutto. In questo modo è più facile commentare le notizie giunte successivamente.
Gli ho ricordato che cercavo di riprendermi da due incidenti: da quello di Villa
Clara e dalla malattia sopraggiunta dopo il mio ultimo viaggio in Argentina.
Quasi al termine mi ha detto: "Sei invitato in Brasile quest’anno." Grazie, gli
ho risposto, almeno con il pensiero sarò lì.
Come ultima cosa, mi ha detto: "Racconterò ai compagni ed agli amici che Lei ha
in Brasile che sta molto bene."
Abbiamo camminato insieme fino all’uscita. È valsa veramente la pena rivederci.
Fidel Castro Ruz
31 gennaio 2008