Moncada: non solo un anniversario
di Sergio Marinoni
Molte volte il nostro modo di pensare, che per comodità definirò
occidentale, non permette di comprendere situazioni che avvengono in altre
parti del mondo. Il tipo di cultura che assorbiamo fin da piccoli ci porta a credere che
tutti i popoli del mondo debbano fare riferimento ai valori della nostra
civiltà, nello sviluppo delle loro società.
Nel passato gli eserciti e le flotte, spalleggiati dalla religione, erano gli unici mezzi
con cui il modello occidentale diffondeva i propri contenuti. A dire il vero vi è stata
una prima fase, quella della colonizzazione, dove la rapina delle ricchezze dei popoli
sottomessi era più importante dellesportazione di un altro tipo di modello di vita.
Con lavvento dellindipendenza delle colonie conquistata a prezzo di
lunghi anni di lotta e di milioni di vittime limportanza
dellesportazione di un modello di vita e di pensiero occidentale ha
assunto un rilievo maggiore perché determinante per la continuità, sotto altri aspetti,
dei vantaggi materiali portati dalla colonizzazione. Cambiavano le regole del gioco, ma il
fine rimaneva identico: mantenere il risultato finale. La differenza sta nel fatto che una
volta era possibile vedere con i propri occhi il nemico che sparava un colpo in fronte,
invece oggi vi sono mezzi meno violenti ma più sottili: esistono sistemi per trapassare
il cervello, per frullarlo alla perfezione senza che neppure uno se ne accorga.
La premessa non è superflua, soprattutto parlando del perché cè stato
lassalto alla caserma Moncada.
Cuba, nel 1952, era da cinquantanni uno stato indipendente e democratico, nel vero
senso occidentale dei due termini, con diversi partiti che partecipavano a un
confronto elettorale e che asserivano di operare per il bene del proprio popolo. Ma qual
era il risultato di questa democrazia?
Le condizioni di vita di quei sei milioni di cubani allepoca erano pari a come se
oggi, in Italia, su 57 milioni di italiani, 29 milioni fossero privi di elettricità e di
acqua potabile, 20 milioni vivessero in tuguri miserabili, 13 milioni fossero analfabeti,
7 milioni disoccupati, quasi tutti i lavoratori agricoli lavorassero solo quattro mesi
lanno, che ci fossero 90mila insegnanti senza lavoro e il 50 per cento dei bambini
non frequentasse la scuola.
A questo quadro devastante va aggiunto che a Cuba, su una delle terre più fertili del
mondo, una parte considerevole di adulti sotto i trentanni era uccisa dalle malattie
della fame, come anemia, rachitismo, tubercolosi e che nei primi anni di vita i bambini
erano decimati dalla gastroenterite e dalle malattie infettive.
Ma tutto avveniva in modo democratico.
In compenso Cuba era un posto dove fiorivano il gioco dazzardo e la prostituzione,
dove i più rinomati gangster e mafiosi degli Stati uniti frequentavano liberamente i suoi
casinò, dove i miliardari vivevano in lussuosissime ville e dove le persone con la pelle
nera erano costrette ai lavori più umili e non avevano alcuna possibilità di inserimento
sociale. Anche tutto questo, naturalmente, era presente in modo democratico.
A Cuba, nel 1952, si sarebbero dovute svolgere le elezioni, ma nella democrazia
occidentale quando la classe dominante prevede che le cose non si muovano
secondo quanto desiderato e come la storia ci ha spesso insegnato - esiste
unaltra opzione: il colpo di stato.
E fu così che il 10 marzo 1952 Fulgencio Batista, con il beneplacito degli Stati uniti,
attuò un colpo di stato per impedire lo svolgimento delle elezioni che, probabilmente,
sarebbero state vinte da un partito delle forze di opposizione non gradito agli Stati
uniti e al grande capitale cubano.
Nellala giovanile del Partito Ortodosso militava un giovane avvocato cubano, Fidel
Castro, che intendeva condurre contro Batista una lotta più incisiva rispetto a quella
impostata dai partiti tradizionali. Dapprima presentò al Tribunale una denuncia in cui
chiedeva larresto di Batista perché con il colpo di stato aveva violato la
Costituzione del 1940. In seguito, non avendo ricevuto risposta dai giudici asserviti al
potere, essendo stata esaurita ogni via legale e constatata linerzia dei partiti
cubani, decise di passare alla lotta armata.
Nel 1953 ricorreva il centenario della nascita di José Martí, lApostolo
dellIndipendenza cubana. Ed è nel nome di Martí che Fidel Castro raggruppa 152
uomini per scacciare il tiranno e fare di Cuba una nazione veramente indipendente non
schiava degli interessi nordamericani.
Questo gruppo autodenominatosi Giovani del Centenario e formato in prevalenza
da persone provenienti da La Habana, da Artemisa e da Guanajay, in gran segreto ricevette
un addestramento militare nelle campagne attorno a La Habana. Lobiettivo era quello
di assaltare due caserme nelloriente di Cuba, quella di Bayamo e quella di Santiago
de Cuba, e dare un segnale forte al popolo cubano: era giunto il momento di lottare, di
sollevarsi e di voltare pagina.
Allalba del 26 luglio 1953, partendo dalla fattoria Siboney, a trenta chilometri da
Santiago, e approfittando del termine dei festeggiamenti del carnevale e delleffetto
sorpresa, un centinaio di uomini al comando di Fidel Castro - vestiti con le stesse
uniformi dei militari batistiani, con poche armi valide e molti fucili da caccia - prende
dassalto la caserma Moncada a Santiago de Cuba, la seconda per importanza nel paese
con oltre mille soldati. Raúl Castro, con altri dieci uomini, occupa il Palazzo di
Giustizia, la cui terrazza di fronte alla caserma può offrire una copertura di fuoco.
Abel Santamaría con la sorella Haydée, Melba Hernández e altre 19 persone occupano
lospedale per assistere i feriti dello scontro a fuoco. Nello stesso momento, a
Bayamo, un gruppo di 28 assalta la caserma locale.
Una serie di contrattempi impedisce al gruppo di Fidel di portare a termine lazione
con successo: i militari, caduto leffetto sorpresa per il passaggio imprevisto di
una pattuglia, reagiscono al fuoco ed essendo in numero nettamente superiore costringono
buona parte degli assaltanti alla fuga.
Lesercito perde una ventina di uomini, gli assaltanti ne perdono tre. Fidel e Raúl
riescono a fuggire sui monti intorno a Santiago. Ma nelle mani dellesercito
batistiano restano 68 prigionieri, pesantemente torturati e poi uccisi. Tra di loro
cè anche Abel Santamaría.
Lavvenimento provoca una grande emozione in tutta Cuba e contribuisce alla presa di
coscienza da parte del popolo cubano: per ottenere un cambiamento era necessario un modo
completamente diverso di lotta, rispetto a quello dei partiti, proposto dalla mentalità
occidentale.
La storia è poi nota. Fidel, Raúl e altri compagni fuggiti sui monti vengono arrestati e
condannati a quindici anni di prigione. Nel processo-farsa Fidel evidenzia i crimini di
Batista e lingiustizia del sistema vigente, pronunziando alla fine della sua difesa
la famosa frase "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà". Dopo un
paio di anni nel carcere speciale dellIsola dei Pini (oggi Isola della Gioventù),
grazie a grandi manifestazioni popolari che ne chiedono la libertà, Fidel e i suoi
compagni sono mandati in esilio in Messico. Da lì riprenderanno immediatamente la lotta
contro il tiranno.
Cinque anni, cinque mesi e cinque giorni dopo lassalto alla Caserma Moncada,
lEjército Rebelde di Fidel, di Raúl, del Che e di Camilo, libera lIsola
dalla tirannia di Batista e Cuba, per la prima volta nella sua storia, può intraprendere
la costruzione di una nuova società completamente diversa dagli schemi ipotizzati dal
pensiero occidentale.
Ed ecco che torna la premessa: se non fosse stato per questo nuovo modo di affrontare la
realtà (che ha avuto come origine lassalto alla caserma Moncada) oggi Cuba,
anziché essere un modello per i paesi del cosiddetto Terzo Mondo, si troverebbe nelle
stesse condizioni di qualsiasi paese democratico dellarea
centro-sudamericana. Con le stesse miserie, con le stesse malattie, con gli stessi
analfabeti, con gli stessi disoccupati, con le stesse ingiustizie. Proprio come era Cuba
cinquantanni addietro.