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da "il manifesto" del 3 Maggio 2003

Loro, noi e Cuba in mezzo
GIANNI MINA'

Loro, noi e Cuba in mezzo
Risposta brutale Fucilazioni e repressione hanno scatenato su L'Avana un coro mondiale di critiche. Ma c'è chi condanna Cuba e chi, pur facendolo, non dimentica gli attacchi che Cuba subisce
Il ruolo degli Usa Un manifesto di intellettuali e premi Nobel, il Vaticano che «non si pente del dialogo con Castro»... Tra Europa e America Latina c'è un'isola, e ciò che Washington cerca di farci
GIANNI MINA'
Il Papa lo ha fatto sapere attraverso il segretario di stato vaticano: «Il Vaticano non si pente del dialogo con Castro» ha detto il cardinale Angelo Sodano, e ha ribadito: «La Santa Sede è convinta che il presidente Fidel possa condurre il popolo di Cuba a nuovi traguardi di democrazia». Ora, poiché non è possibile dubitare del ripudio di ogni repressione da parte di Giovanni Paolo II e non si può contestare la conoscenza profonda della realtà latinoamericana del cardinale Sodano, che fu discusso nunzio nel Cile di Pinochet, è doveroso tentare di capire perché il Pontefice che tanto si è impegnato per abbattere il comunismo, non «abbia cambiato idea sul credito concesso al leader máximo», pur dichiarandosi costernato e deluso per le fucilazioni dell'Avana e la carcerazione dei dissidenti.

C'è, infatti, una divisione così palese fra questa analisi dei fatti e quella che ha caratterizzato, per esempio, il dibattito parlamentare di martedì 29 aprile alla Camera dei deputati italiana, da lasciare perlomeno interdetti molti osservatori.

Nella quasi totalità degli interventi, infatti, i vari gruppi politici di destra, di centro e di sinistra, non hanno concesso giustificazioni al governo dell'Avana e si sono dichiarati scettici sulla sua capacità di proporre, in un prossimo futuro, una «apertura democratica».

La differenza di vedute, però, credo stia non tanto in una diversa valutazione delle decisioni illiberali prese a Cuba nei riguardi degli oppositori della revolucion, quanto nel ruolo che stanno giocando gli Stati uniti e nei metodi scelti dal goberno di Bush jr. per risolvere, una volta per tutte, l'«anomalia» rappresentata da Cuba.

Un progetto che, oltretutto, dovrebbe servire di esempio al «cortile di casa», cioè all'America Latina, recalcitrante alle scelte economiche e politiche decise dal nuovo governo di Washington per il continente. Il Plan Puebla-Panama, l'Alca (l'Associazione di libero commercio delle Americhe sul quale si sta giocando perfino la credibilità di Lula, solo pochi mesi fa trionfalmente eletto in Brasile) o il Plan Colombia, che sta portando avanti la militarizzazione forzata di interi paesi del Sud America (Bolivia, Perù, Ecuador, oltre alla stessa Colombia) sono, infatti, imposizioni che stanno per diventare un incubo per molti di questi paesi stremati dal neoliberismo e sicuri ormai che è in corso un ennesimo tentativo di saccheggio delle risorse energetiche e biogenetiche di queste terre già da secoli derubate.

E questa prospettiva preocupa la Chiesa cattolica che ha visto, negli ultimi anni, affievolirsi, in tutto il continente americano, il suo messaggio a vantaggio delle sette evangeliche pentacostali diventate (come ha spiegato a Porto Alegre il teologo Ralph Della Cava, docente della Columbia University) la base ideologica e la macchina elettorale di George W. Bush. Lo scandalo sugli abusi sessuali di alcuni religiosi della Chiesa cattolica è stato gonfiato di proposito proprio da predicatori evangelici come Pat Robertson e Ralph Reed, per frantumare la credibilità della Chiesa di Roma, dopo il rifiuto della «guerra continua» e anche del «capitalismo selvaggio» e del consumismo da parte di papa Giovanni Paolo II, un'autorità morale che ha un peso ancora determinante nell'elettorato degli Stati uniti.

Insomma, i guasti e le tragedie che la politica di supremazia degli Stati uniti preannunciano anche per l'America Latina, appaiono al Vaticano, più gravi e pericolosi della brutale risposta cubana alle iniziative destabilizzanti di James Cason, disinvolto incaricato d'affari Usa o delle azioni dei gruppi terroristi che «si preparano per un prossimo sbarco a Cuba», come ha segnalato il Sun Sentinel, quotidiano della Florida e ha ribadito perfino il Wall Street Journal. Entrambi i giornali erano sorpresi dell'inerzia dell'Fbi, anche dopo l'annuncio da parte di un antico protagonista di «guerre sporche» come Roby Frometa, e del capitano golpista venezuelano Luis Eduardo Garcia «della nascita di una alleanza civica e militare per abbattere i presidenti Fidel Castro e Hugo Chavez».

«I leader statunitensi - ha scritto recentemente Noam Chomsky - continuano a non curarsi degli effetti a lungo e medio termine nella loro política estera, che li spinge a usare qualsiasi mezzo per imporre al mondo la propria supremazia. Il finanziamento da parte dell'amministrazione Reagan della controrivoluzione antisandinista in Nicaragua (57mila vittime), o il sostengo incondizionato all'occupazione israeliana dei territori palestinesi, sono tutti episodi che mostrano come i dirigenti statunitensi non si facciano alcun scrupolo nell'appoggiare pratiche di violenza calcolata e «guerre di bassa intensità» che possono essere equiparate al terrorismo».

Una realtà che, proprio in queste ore, sembra allarmare non solo il Vaticano, ma anche la maggior parte degli intellettuali latinoamericani.

Ieri infatti, in risposta a un documento firmato da molti artisti e uomini di cultura spagnoli che stigmatizzava i fatti accaduti in questi giorni a Cuba, un gruppo non meno nutrito di pensatori, premi Nobel per la pace e la letteratura, insomma espressione di quella umanità che rappresenta la coscienza critica del continente a sud degli Stati uniti, ha diffuso un grido d'allarme sull'intenzione dell'attuale governo degli Stati uniti di «farla finita con Cuba».

«Oggi esiste una dura campagna contro una nazione dell'America Latina», sottolinea il documento, e aggiunge: «L'assedio del quale è oggetto Cuba può essere il pretesto, infatti, per una invasione. Di fronte a questo opponiamo i principi universali di sovranità nazionale, di rispetto dell'integrità territoriale e del diritto alla autodeterminazione, principi imprenscindibili per una giusta convivenza fra le nazioni». L'hanno firmato Adolfo Perez Esquivel (che si salvò per caso dagli aerei della morte usati dalla dittatura argentina per far sparire, nell'Atlantico, gli oppositori) e Rigoberta Menchù (scampata al genocidio delle popolazioni maya del Guatemala), il poeta Mario Benedetti e padre Ernesto Cardenal, Luis Sepúlveda e il regista Fernando Pino Solanas e due nordamericani liberal come Herry Belafonte e Danny Glover e altri 130 intellettuali, fra cui Eduardo Galeano, sconcertato da chi ha tentato, in questi giorni, di citare il suo articolo, dolente e amaro («Cuba duele») come un atto di ripudio di Cuba.



Nadine Gordimer e Gabriel Garcia Marquez, Nobel della letteratura, oltre a firmare, hanno fatto di più: la prima ha ringraziato i cubani di aver liberato la Namibia occupata, per anni, dal Sudafrica dell'apartheid, senza che le democrazie europee avessero mosso un dito per sanare l'ingiustizia.

Gabo Marquez, attraverso il giornale messicano La Jornada, ha fatto sapere di essere disgustato per la manipolazione che si stava facendo delle dichiarazioni su Cuba da lui rilasciate a Susan Sontag e con una e-mail firmata di proprio pugno (dopo i tanti falsi attribuitigli durante la sua recente malattia) ha sottolineato: «Questo è un indizio in più che le molte dichiarazioni sulla situazione cubana, anche in buona fede, possano apportare e ingigantire dati che gli Stati uniti necessitano per giustificare una invasione di Cuba».

Nessuno di loro ha nascosto il disagio che le fucilazioni di Cuba hanno procurato: «Chi è contro la pena di morte, lo è sempre - mi ha sottolineato oggi Sepúlveda, impegnato in una intensa discussione con il grande cantautore catalano Joan Manuel Serrat, che aveva firmato il manifesto degli intellettuali spagnoli - ma sarebbe grave se, condannata Cuba, ignorassimo il contesto. Lunedì 28 aprile il Parlamento europeo ha votato, per esempio, una risoluzione sulla imbarazzante situazione dei diritti umani in Guatemala, sei anni dopo la firma della pace, senza che nessun giornale ne abbia fatto cenno. Evidentemente, su quello che succede nel mio continente ferito, ci sono attenzioni e sensibilità diverse dall'Europa, che parla, ma spesso non sa o non vuole sapere».