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Seduta sul Malecòn, in bilico tra
il mare e la città, mi arriva un’ intuizione: La Habana è donna, anzi femmina, e
tutta Cuba è così. Una donna-femmina, dalle cellule pulsanti che si sintonizzano
sull’aria, sul sole, sul sangue e sulla pelle.
Come una donna-femmina, cosciente e consapevole del suo fascino, ti avvince e ti
coinvolge nel suo quotidiano; ti chiede di ascoltarla per raccontarsi, per
permetterti una scelta consapevole, non ottenebrata da maschere e da chirurgia
plastica.
Solo così riesci a capire la città e l’isola gonfie di contraddizioni; scopri la
chiave di questo labirinto caraibico dove tutto è il contrario di tutto, dove la
banalità si mescola di magnificenza. Il filo di Arianna della comprensione ha i
volti, le caratteristiche, i colori delle donne dell’isola, ineguagliabili
contorsioniste del quotidiano, che si fanno strada con gli sgambetti al machismo
latino, le spalle coperte da uno Stato che le rispetta e dona loro quello che
può, nei diritti sociali e nella professione.
Sono loro lo snodo, il genio della lampada, indispensabili strumenti per
giungere all’anima e alla magia di un luogo di una persona, di un popolo. Loro,
che conservano la forza degli antenati, unita all’amore per la vita, la dolcezza
materna col carattere fiero di chi non è disposto a sottomettersi.
Loro, così vere nel quotidiano e lontane dagli stereotipi sessuali con cui le
hanno etichettate, che si fanno trovare con facilità da chi davvero vuole
comprendere.
Un omaggio a loro, e a tutta Cuba, era doveroso, anche come tentativo di
sconfiggere quei luoghi comuni dell’immaginario italiano che le vedono oggetti
di mercificazione. Eh no! Le donne cubane sono un’altra storia, sono una mostra
di visi e di storie, un calendario che segna i passi dell’esistenza con una
cadenza che, ogni mese, ogni giorno, dovrebbe farci riflettere su cosa
significhi la fatica di vivere, in un paese ‘bloqueado’ e, nonostante tutto, non
cedere mai sull’Amore (con la A maiuscola) e sul voler vivere in pace.
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